FORMIDABILI QUEGLI ANNI / 1

London loves...

London loves…

…ovvero, gli album che fecero la storia del Britpop – prima puntata.

Così, senza preamboli né scuse, in ordine sparso.

  1. Blur: Modern Life Is Rubbish e Parklife.

 Modern Life Is Rubbish è il miglior album dei Blur, nonché il più in sintonia con ciò che il Britpop è stato e ha rappresentato per una generazione. Anzi: se mai un album può incarnare un genere musicale, Modern Life Is Rubbish è il Britpop – nelle musiche, nei testi e nel mood generale – anche se non ne è (per varie ragioni) diventato l’icona ufficiale, ruolo che si addice più alla grandeur di Parklife (o, cambiando volti e voci, al manifesto cultural-generazionale di Different Class). Insomma, se Parklife sta al Britopop come London Calling al punk, Modern Life Is Rubbish, per mantenere l’analogia fra i due generi, è The Clash.

Il contesto di riferimento è il Regno Unito (soprattutto Inghilterra) tra la fine del Thatcherismo – ecco: sfangato il riferimento all’attualità – e l’avvento del New Labour; un paese in crisi d’indentità, che ha voglia e fretta di andare oltre ma non sa bene come. I Blur sono appena tornati da un’infausta e prematura tournée americana, disgustati dagli eccessi made in USA e intrisi di nostalgia per i bei tempi della tazza di tè e del cardigan un po’ sciupato, in piena sintonia insomma con il bisogno di una nazione di riaffermare la propria anima. Se mai dovessimo scegliere un solo testo pop perché esprima ciò che furono quegli anni tra la Manica e le Shetland, potremmo prenderne uno a caso da Modern Life Is Rubbish, con poca probabilità di sbagliare. Se poi la scelta cadesse su For Tomorrow, Starshaped, Villa Rosie o Blue Jeans, potremmo accontentare perfino Noel Gallagher (anche se lui non lo ammetterebbe). Le citazioni londinesi spuntano ovunque, come è logico che sia per una band legata alla città sul Tamigi quanto lo fu Arthur Conan Doyle: la Westway (una vera ossessione per Damon Albarn!), Portobello Road, Primrose Hill e tanti altri, espressamente citati o lasciati intendere.

Ogni canzone è un personaggio, il protagonista di un racconto, un essere scontento, insoddisfatto o a disagio che si aggira in qualche angolo di quella Londra proto-Blairiana. Il perfettino Colin Zeal che in realtà, grida Damon a pieni polmoni, “è malato”; l’anonimo e alienato narratore che rischia di fare una strage in metropolitana, se non trova una vacanza “da qualche parte al sole”; il vecchio ex militare che la domenica passeggia al parco; la giovane coppia aggrappata con le unghie e coi denti a una vita un po’ grigia, piena di amore e di paura, che prende freddo nella brezza invernale; Julian, che sente la pressione insostenibile di una vita già scritta per lui; il giovane vagamente depresso che lava il colletto della camicia con il sapone speciale per non doverla portare in lavanderia; e così via. A Raymond Carver non sarebbe spiaciuto di averli immaginati lui. Il tutto, più che mai, vale più della somma delle parti: una volta animati dalla musica, legati da un filo narrativo comune, questi personaggi coi loro microcosmi danno vita a un senso più ampio, dipingono un mondo coerente e credibile, soprattutto pertinente, rilevante.

Musicalmente, dopo Leisure i Blur si rendono conto – grazie a Dio – che possono aspirare a molto più di un posto sulla mensola accanto agli shoegazer che affollano le rotazioni di MTV. E quindi tanti saluti all’ipnosi un po’ baggy, ben venga una produzione in cui less is more (ma davvero molto, molto di più). A rendere questo album diverso da tutto ciò che si ascolta contribuisce non poco la personalità di Graham Coxon, la cui chitarra è giustamente in prima linea. Ma la vera rivelazione è un talento armonico tutto particolare che la band dimostra a livello di songwriting: l’accostamento degli accordi è unico, sembra pensato con la tecnica del cut-up alla Burroughs, permette sfrontati e geniali salti di tonalità con cui Damon Albarn gioca senza paura, avendo così anche una scusa per non preoccuparsi della melodiosità che la sua voce non possiede.

Parklife prosegue sugli stessi temi, ma cambia tono e colori: lo possiamo dire, insieme agli inglesi, anthemic; insomma suona come un inno. Sfrutta il trampolino di lancio di Modern Life…, arriva al momento giusto: è in tutto e per tutto figlio del suo tempo, anzi, dello zeitgeist, come dicono i recensori very cool. Musicalmente più articolato, più vario, ma anche più pesante e overprodotto del predecessore, liricamente è meno fresco e spontaneo, più pensato e “voluto”: in breve, è un filo sotto il precedente, ma destinato a maggior successo. Anche perché Parklife è una corazzata con due siluri di millimetrica precisione; Girls and Boys, l’opzione nucleare per radio e classifiche, e Parklife, che sta ai 20-25enni inglesi del ’94 come la haka agli All Blacks neozelandesi: da gridare in trance agonistica per ricordarsi chi si è e da dove si viene. Anche se a cantarla è un trader della City, e non un disoccupato povero in canna che si sveglia quando gli pare (tranne il mercoledì, quando lo svegliano bruscamente gli spazzini facendo casino).

C’è un detto della working class inglese che fa più o meno così: “Lascia perdere vino e cavalli, stai con la birra e i cani”. Ovvero, bere vino e andare alle corse dei cavalli è roba posh, roba da riccastri che hanno perso la loro identità e che pensano che si viva meglio in Francia o nel sud Europa, gente responsabile per aver introdotto stranezze come parmigiano, rucola e cappuccino in una nazione orgogliosa di avere da sempre una cucina locale composta da tre piatti, tutti fritti. La birra e le corse dei cani invece sono quel che ci definisce, noi che siamo fieri di saper cucinare solo i baked beans della Heinz e che preferiamo ancora fare i sandwich con il pancarré piuottosto della ciabatta fresca del fornaio, noi dell’Old England (anche se una volta andavamo a villeggiare nella lugubre Blackpool e oggi con RyanAir facciamo la settimana di Pasqua a Marbella o il weekend in Polonia dove l’alcol costa poco). Manco a dirlo, la copertina di Parklife sfoggia una splendida immagine delle corse dei cani e sulla foto del retro-cd i quattro Blur, rigorosamente sciatti e quotidiani nel vestire, appaiono annoiati sulle tribune, con tanto di biglietti delle scommesse in mano. In linea con l’album, l’immagine è bella e accattivante, ma un filo didascalica.

Buffo pensare che quella sciatteria così esibita abbia finito per esprimere i germi della rinascita del paese, anche se per la solita ironia del destino, la Cool Britannia blairiana, di cui i Blur hanno scritto la colonna sonora, ha finito per partorire qualcosa di completamente diverso e ha strangolato definitivamente l’Old England, come nemmeno the Bitch (l’altro soprannome, meno mediatizzabile, della Lady di Ferro) aveva saputo fare.