SINFONIA ANGLO-BANGLADESHI

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Se Salman Rushdie fosse meno pomposo, avrebbe scritto questo libro. Se Hanif Kureishi avesse un briciolo di sense of humour, avrebbe scritto questo libro. Per nostra fortuna invece, entrambi hanno perso l’occasione e White Teeth (Denti bianchi) l’ha scritto Zadie Smith: così il mondo ci ha guadagnato una grande scrittrice in più. Grande, sì. E che arriva giusto in tempo per offrire l’atteso e necessario ricambio alla pluridecorata generazione dei vecchi romanzieri dell’emigrazione; anime tormentate, impigliate a metà del guardo fra la Grande India pre-Partizione (calderone di culture e religioni che includeva anche Pakistan e Bangladesh) e la fredda Gran Bretagna, dove più che approdare si sono spiaggiate.

Strano fenomeno, dal punto di vista letterario, questo fardello tutto inglese dell’aver giocato con le vite e i destini di un miliardo e mezzo abbondante tra le persone più povere del mondo – prima conquistandole con la forza, poi seducendole col fascino della Civiltà (come se loro non ne avessero già, e da millenni), indi sfruttandole senza scrupoli, infine abbandonandole alla miseria e ai loro reciproci scannamenti.

Finché è durata l’epoca coloniale, sono stati gli inglesi d’origine a scriverne – i Kipling e i Forster – affascinati dall’esotismo delle spezie e delle tigri. Una volta finita l’avventura, sono quelli d’adozione a farci i conti: i “nuovi inglesi” che hanno compiuto la traversata della colonizzazione inversa (di persona o attraverso il DNA familiare). Oggi, i primi, gli inglesi d’origine, assolvono al proprio imperativo morale – basato sul senso di colpa – semplicemente accettando un flusso migratorio continuo e dilagante; non si chieda loro di doverne anche parlare.

Ma come sempre divago. Dicevamo di Denti Bianchi.

L’arte della brava Zadie sta nella capacità di vivisezionare tali secolari tormenti con ironia e malizia, ma senza ridursi nella leggerezza e nella banalità; anzi, la sua compassione rende il romanzo ancora più lucido e capace di parlare a me, lettore. Per la vecchia ragione, snobbata e disprezzata, che l’accessibilità esalta, e non sminuisce, la qualità del contenuto – ma vallo a spiegare a quegli “artisti” che si vantano di aver cagato una roba indigeribile. Leggendo Zadie Smith quindi hai la sensazione di trovare (finalmente!) non un reduce sfiduciato che ti dice, fra le righe, “tanto non puoi capire”; ma una voce piena di empatia, che non è nemmeno quella dell’autrice, ma spesso e volentieri direttamente quella dei personaggi.

Ecco, i personaggi: sono l’aspetto più riuscito del libro. Sono veri, vivi, pieni di dimensioni, capaci di cambiare nel corso della storia in maniera credibile, ovvero senza snaturarsi. Si vede che questi personaggi Zadie Smith li aveva in testa ben chiari, li ha visti molto prima di scriverli. Sono talmente veri che t’invitano, pensa un po’, perfino all’identificazione (sacrilegio! ma come! l’identificazione? ma è per le lettrici svampite di Harmony!). Ebbene sì, empatia e identificazione non sono parolacce. Anche perché dall’idea dell’identificazione possiamo arrivare più logicamente a quella dell’identità, che è la vera protagonista del romanzo.

Cos’è l’identità? Io, di certo, non sono in grado di rispondere. Non ho ancora capito con chi devo identificarmi: con i miei connazionali? Con quelli del mio stesso sesso? Con i miei coetanei? Con quelli col mio colore di capelli? Con quelli che suonano lo strumento che suono io? Con quelli che hanno il mio stesso stato civile? Con quelli che hanno la stesse specie di animale domestico? Con quelli che hanno fatto il mio percorso di studi? Che condividono i miei orientamenti sessuali? Che hanno / non hanno figli? Che sono nati nella stessa provincia? Che amano gli stessi piatti? Che fanno le stesse vacanze? Che hanno fatto le stesse malattie? Che hanno la stessa macchina / non hanno la macchina? Stesso gruppo sanguigno? Stessa squadra del cuore? Stesso lavoro? Che hanno (o meno) un fratello / sorella? Quali di queste cose sono importanti, a quale di questi gruppi dovrei sentire di appartenere? Ecco, io penso di appartenere al gruppo che condivide tutte queste caratteristiche con me, più le altre centosettantaquattro che non ho citato ma che sono altrettanto fondamentali. A quel gruppo, non c’è dubbio, appartengo davvero. Il problema è che sono anche l’unico.

E quindi, io, di identità non capisco niente. Eppure sono stato portato, quasi obbligato, a identificarmi con Samad (torniamo a Zadie Smith), l’immigrato bangladeshi che sulla questione identitaria si strugge dall’inizio alla fine. O con sua moglie Alsi: sì, con una donna e per giunta bangladeshi. E quando questo succede, vuol dire due cose: che i personaggi ci sono e che l’autrice sa scrivere. Ecco il secondo punto di forza del libro: Zadie Smith scrive veramente bene. Né troppo piatto né troppo fiorito, è uno stile ricco ma scorrevole; le piace scrivere, si vede, ma non si compiace (non troppo, insomma).  Ogni tanto si lascia tentare dalla didascalia, ma nel complesso non è qualcosa che pesi troppo. Piuttosto, mi permetto un consiglio veramente snob: se possibile, leggete il libro nella versione originale in inglese. La lingua è talmente importante, in questo microcosmo dickensiano, che con la traduzione si perde metà del godimento: i modi di dire di Archie sono lo specchio della sua personalità, l’accento giamaicano della nonna Orthense non è quello della nipote Irie; e quando Samad e Alsi litigano pare di sentire la cadenza nella loro voce.

Cosa convince meno? Semplice: si ha l’idea che Zadie Smith si sia messa a scrivere il romanzo senza sapere come sarebbe andato a finire. E la trama, che per un po’ regge il livello (molto alto) del resto, ovvero dello stile e dei personaggi, a un certo punto balbetta, si affloscia. Come se l’autrice si fosse detta “intanto inizio, poi mi verrà un’idea geniale”, ma l’idea che è arrivata era solo carina (non dico niente di più specifico perché ovviamente non voglio rivelare nulla). Ma non vorrei avervi dissuasi dal leggere Zadie Smith: non è che il libro non abbia trama; diciamo che se la Smith aveva “visto” con piena chiarezza luoghi, atmosfere, persone e pensieri, non ha visto altrettanto chiaramente un intreccio.

Denti Bianchi resta un romanzo con nerbo e sostanza, mosso dall’urgenza delle Idee. Non si rifugia nella quotidianità, non disdegna le prospettive ampie, i grandi temi e il confronto con la Storia, anzi, li va a cercare, li provoca, li sfida con uno schiaffo in pieno volto. È un romanzo, perfino, epico. Una delle cose migliori che abbia letto da tanto tempo a questa parte.

FORMIDABILI QUEGLI ANNI / 1

London loves...

London loves…

…ovvero, gli album che fecero la storia del Britpop – prima puntata.

Così, senza preamboli né scuse, in ordine sparso.

  1. Blur: Modern Life Is Rubbish e Parklife.

 Modern Life Is Rubbish è il miglior album dei Blur, nonché il più in sintonia con ciò che il Britpop è stato e ha rappresentato per una generazione. Anzi: se mai un album può incarnare un genere musicale, Modern Life Is Rubbish è il Britpop – nelle musiche, nei testi e nel mood generale – anche se non ne è (per varie ragioni) diventato l’icona ufficiale, ruolo che si addice più alla grandeur di Parklife (o, cambiando volti e voci, al manifesto cultural-generazionale di Different Class). Insomma, se Parklife sta al Britopop come London Calling al punk, Modern Life Is Rubbish, per mantenere l’analogia fra i due generi, è The Clash.

Il contesto di riferimento è il Regno Unito (soprattutto Inghilterra) tra la fine del Thatcherismo – ecco: sfangato il riferimento all’attualità – e l’avvento del New Labour; un paese in crisi d’indentità, che ha voglia e fretta di andare oltre ma non sa bene come. I Blur sono appena tornati da un’infausta e prematura tournée americana, disgustati dagli eccessi made in USA e intrisi di nostalgia per i bei tempi della tazza di tè e del cardigan un po’ sciupato, in piena sintonia insomma con il bisogno di una nazione di riaffermare la propria anima. Se mai dovessimo scegliere un solo testo pop perché esprima ciò che furono quegli anni tra la Manica e le Shetland, potremmo prenderne uno a caso da Modern Life Is Rubbish, con poca probabilità di sbagliare. Se poi la scelta cadesse su For Tomorrow, Starshaped, Villa Rosie o Blue Jeans, potremmo accontentare perfino Noel Gallagher (anche se lui non lo ammetterebbe). Le citazioni londinesi spuntano ovunque, come è logico che sia per una band legata alla città sul Tamigi quanto lo fu Arthur Conan Doyle: la Westway (una vera ossessione per Damon Albarn!), Portobello Road, Primrose Hill e tanti altri, espressamente citati o lasciati intendere.

Ogni canzone è un personaggio, il protagonista di un racconto, un essere scontento, insoddisfatto o a disagio che si aggira in qualche angolo di quella Londra proto-Blairiana. Il perfettino Colin Zeal che in realtà, grida Damon a pieni polmoni, “è malato”; l’anonimo e alienato narratore che rischia di fare una strage in metropolitana, se non trova una vacanza “da qualche parte al sole”; il vecchio ex militare che la domenica passeggia al parco; la giovane coppia aggrappata con le unghie e coi denti a una vita un po’ grigia, piena di amore e di paura, che prende freddo nella brezza invernale; Julian, che sente la pressione insostenibile di una vita già scritta per lui; il giovane vagamente depresso che lava il colletto della camicia con il sapone speciale per non doverla portare in lavanderia; e così via. A Raymond Carver non sarebbe spiaciuto di averli immaginati lui. Il tutto, più che mai, vale più della somma delle parti: una volta animati dalla musica, legati da un filo narrativo comune, questi personaggi coi loro microcosmi danno vita a un senso più ampio, dipingono un mondo coerente e credibile, soprattutto pertinente, rilevante.

Musicalmente, dopo Leisure i Blur si rendono conto – grazie a Dio – che possono aspirare a molto più di un posto sulla mensola accanto agli shoegazer che affollano le rotazioni di MTV. E quindi tanti saluti all’ipnosi un po’ baggy, ben venga una produzione in cui less is more (ma davvero molto, molto di più). A rendere questo album diverso da tutto ciò che si ascolta contribuisce non poco la personalità di Graham Coxon, la cui chitarra è giustamente in prima linea. Ma la vera rivelazione è un talento armonico tutto particolare che la band dimostra a livello di songwriting: l’accostamento degli accordi è unico, sembra pensato con la tecnica del cut-up alla Burroughs, permette sfrontati e geniali salti di tonalità con cui Damon Albarn gioca senza paura, avendo così anche una scusa per non preoccuparsi della melodiosità che la sua voce non possiede.

Parklife prosegue sugli stessi temi, ma cambia tono e colori: lo possiamo dire, insieme agli inglesi, anthemic; insomma suona come un inno. Sfrutta il trampolino di lancio di Modern Life…, arriva al momento giusto: è in tutto e per tutto figlio del suo tempo, anzi, dello zeitgeist, come dicono i recensori very cool. Musicalmente più articolato, più vario, ma anche più pesante e overprodotto del predecessore, liricamente è meno fresco e spontaneo, più pensato e “voluto”: in breve, è un filo sotto il precedente, ma destinato a maggior successo. Anche perché Parklife è una corazzata con due siluri di millimetrica precisione; Girls and Boys, l’opzione nucleare per radio e classifiche, e Parklife, che sta ai 20-25enni inglesi del ’94 come la haka agli All Blacks neozelandesi: da gridare in trance agonistica per ricordarsi chi si è e da dove si viene. Anche se a cantarla è un trader della City, e non un disoccupato povero in canna che si sveglia quando gli pare (tranne il mercoledì, quando lo svegliano bruscamente gli spazzini facendo casino).

C’è un detto della working class inglese che fa più o meno così: “Lascia perdere vino e cavalli, stai con la birra e i cani”. Ovvero, bere vino e andare alle corse dei cavalli è roba posh, roba da riccastri che hanno perso la loro identità e che pensano che si viva meglio in Francia o nel sud Europa, gente responsabile per aver introdotto stranezze come parmigiano, rucola e cappuccino in una nazione orgogliosa di avere da sempre una cucina locale composta da tre piatti, tutti fritti. La birra e le corse dei cani invece sono quel che ci definisce, noi che siamo fieri di saper cucinare solo i baked beans della Heinz e che preferiamo ancora fare i sandwich con il pancarré piuottosto della ciabatta fresca del fornaio, noi dell’Old England (anche se una volta andavamo a villeggiare nella lugubre Blackpool e oggi con RyanAir facciamo la settimana di Pasqua a Marbella o il weekend in Polonia dove l’alcol costa poco). Manco a dirlo, la copertina di Parklife sfoggia una splendida immagine delle corse dei cani e sulla foto del retro-cd i quattro Blur, rigorosamente sciatti e quotidiani nel vestire, appaiono annoiati sulle tribune, con tanto di biglietti delle scommesse in mano. In linea con l’album, l’immagine è bella e accattivante, ma un filo didascalica.

Buffo pensare che quella sciatteria così esibita abbia finito per esprimere i germi della rinascita del paese, anche se per la solita ironia del destino, la Cool Britannia blairiana, di cui i Blur hanno scritto la colonna sonora, ha finito per partorire qualcosa di completamente diverso e ha strangolato definitivamente l’Old England, come nemmeno the Bitch (l’altro soprannome, meno mediatizzabile, della Lady di Ferro) aveva saputo fare.