FORMIDABILI QUEGLI ANNI / 2

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Per un secondo, i più maliziosi fra voi potranno gridare indignati allo scandalo, pensando che io abbia tradito una delle regole fondamentali di questo blog scrivendo di qualcosa che è di attualità. Il fenomeno culturale di cui voglio parlare, infatti, è un disco (sorpresa!) della cui uscita si dà il caso ricorra proprio in questi giorni il ventesimo anniversario; sul quale, in sintonia con i tempi di sputtanamento discografico che corrono, si sono buttati a pesce quei quattro giornali musicali inglesi ancora esistenti (letti dalle stesse persone che li scrivono più i loro parenti stretti, e il mio gatto). Per non parlare del fatto che di questo disco è puntualmente da poco apparsa nei negozi un’edizione deluxe-fighetta con delle bonus track che se non erano state pubblicate la prima volta, un motivo ci sarà stato; un’operazione biecamente commerciale mirata ai coglioni facilmente gabbabili come me – che infatti ne ho comprato subito una copia; ma  vabbè, questo non c’entra.

Quel che c’entra, invece, è che potete stare tranquilli e riprendere a respirare prima di diventare tutti blu: questo post è irrilevante e fuori tempo massimo come tutti gli altri. La ragione per scrivere di Definitely Maybe, debutto in musica degli Oasis da Manchester, non sta nel ventesimo anniversario della sua uscita (banale coincidenza!), ma nel proseguimento della mitica serie “Formidabili quegli anni”, dedicata al mondo del Britpop e della Cool Britannia degli anni ‘90: la cui prima e unica puntata è datata 11 aprile 2013 (sono andato a guardare). A oltre un anno e due mesi di distanza, ecco quindi la seconda, intempestiva puntata.

Cosa si può dire di Definitely Maybe? Intanto, che per me potrebbe essere il miglior album d’esordio di sempre. Anzi, lo è. Perché è rock and roll nel senso più classico e originale del termine: un concentrato di vitalità, sessualità, ignoranza e spavalderia proletaria. Nelle immortali parole di Supersonic, il primo singolo della band, che anticipò di qualche mese l’uscita dell’album: “I’m feelin’ supersonic, gimme gin & tonic” (“Mi sento supersonico, dammi un gin tonic”). Una frase talmente ridicola e ignorante che chiunque avesse provato a dirla sarebbe stato cacciato dal palco a bottigliate. Tranne Liam Gallagher: lui è l’unico bipede al mondo che riesce a dire una cosa del genere e farla diventare Verbo, esprimendo appunto tutto ciò che ogni star del rock and roll abbia mai tentato di dire, fin dai tempi di Jerry Lee Lewis. E facendolo su un andamento ritmico volutamente trattenuto, compresso, perché non si pensi nemmeno per un attimo che questi Oasis vogliano biascicare di fretta le loro frasi assurde: le parole, Liam sembra volerle assaporare, spiaccicandone la pronuncia perché sia ancora più chiara.

Se Supersonic è il prologo, il manifesto dell’album, il primo capitolo vero e proprio è intitolato, giustamente, Rock’n’Roll Star. Che altro dire? “In my mind, my dreams are real / Tonight, I’m a rock’n’roll star / Look at you now, you’re all in my hands tonight” (“Nella mia testa, i miei sogni sono veri / stanotte sono una star del rock and roll / guardatevi adesso, stanotte siete tutti nelle mie mani”): più chiaro di così si muore. E questa canzone è stata scritta (da Noel Gallagher, fratello di Liam) prima che gli Oasis diventassero famosi, anzi: quando non erano proprio nessuno. Perché non c’entra la realtà: questa cosa, o ce l’hai dentro o non ce l’hai. “Nella mia testa, i miei sogni sono veri”. Loro ce l’avevano.

Del resto, Liam Gallagher è stato la cosa più vicina a un Dio che quest’epoca senza credo né fede abbia potuto produrre. Basta guardarlo al concerto di Knebworth. Non sono solo le centomila persone adoranti: è la passività menefreghista con cui lui si lascia adorare. Come diceva Oscar Wilde ne L’importanza di essere Ernesto: “L’ignoranza è come un delicato frutto esotico: basta toccarla, e la si rovina”. Ecco, nessuno aveva mai toccato l’ignoranza di Liam Gallagher, questo è sicuro; non c’è un’ombra di consapevolezza, d’ironia, di finzione nella sua boria da teppista. È questo che lo rende un’icona senza tempo.

Pensate a Damon Albarn dei Blur, per contrasto: nato in una famiglia middle class londinese con una passione per l’arte mescolata a un cosmopolitismo molto bohémien, abituato fin da ragazzino a sentir parlare di Brecht in casa e a viaggiare all’estero coi genitori, finito a vivere nella provincia borghese, a essere menato dai compagni di scuola perché troppo fighetto, a recitare adolescente in realizzazioni teatrali, perfino a frequentare per un periodo un’accademia di arte drammatica.

Dall’altra parte, Liam Gallagher: proletario del nord, per lui andare all’estero voleva dire uscire da Manchester, un pasto raffinato voleva dire un altro tipo di fast food, il suo rapporto più ravvicinato con la scuola consisteva nel romperne le finestre con un sasso. Capite perché, nonostante la sua indubbia superiorità musicale, Damon abbia sempre sofferto di un complesso nei confronti di Liam: non ha mai potuto raggiungerne la credibilità che viene dalla strada. Una qualità di cui molti di noi possono fare a meno, ma che per galeotti, immigrati e star del rock and roll è come l’asso di briscola.

I Blur hanno cercato di costruirsela, col senno di poi: nelle foto del libretto di Parklife si fanno vedere alle corse dei cani, pinta di birra e sigaretta, tute di Sergio Tacchini come gli adolescenti ignoranti di periferia inglese. Ma né Albarn, né tanto meno Graham Coxon e Alex James, che addirittura hanno studiato musica all’accademia, né Dave Rowentree, che era laureato in informatica, avrebbero potuto presentarsi conciati così e sopravvivere. Gli Oasis invece erano così – probabilmente anche quando andavano a pranzo dalla nonna.

In Chemical World, uno dei loro singoli dal secondo album Modern Life Is Rubbish, Albarn dice a un certo punto “mi sentivo strano, la testa che girava… ho dovuto sedermi e bere un tè zuccherato”. Gli Oasis dicono: “Dammi un gin & tonic” senza aggiungere ‘per favore’. In una semplice scelta di bevande c’è tutto, no?

Ancora una parola per chiarire la distanza fra queste due band siderali. Prendiamo la terza canzone in scaletta di Definitely Maybe; s’intitola Live Forever, e parla esattamente di questo: di vivere per sempre. “Forse tu sei come me, noi vediamo cose che gli altri non vedono / io e te vivremo per sempre”. Le semplici parole non rendono l’idea. Questa canzone, ascoltata con musica e in contesto, è un inno: una dichiarazione programmatica d’intenti per una generazione. “Noi vediamo cose che gli altri non vedono”: è tutto quel che ogni gruppuscolo di adolescenti avvinazzati, ogni coppia innamorata, ogni sedicente giovane artista incompreso, da che mondo è mondo, hanno sempre pensato nel profondo. E ascoltare Live Forever dagli altoparlanti di uno stadio, con duecentomila persone che la cantano all’unisono, è (non scherzo) un’esperienza equivalente a essere tele/crono-trasportati in una cerimonia religiosa Inca presso l’altare più sacro del Macchu Picchu. È una canzone con quella qualità che gli inglesi definiscono anthemic, da anthem = inno, appunto.

Live Forever è il terzo brano in scaletta di Definitely Maybe. Dicevo, per un contrasto curiosamente simmetrico, prendiamo la terza canzone di Parklife, album-totem dei Blur uscito nello stesso anno, 1994. Il pezzo s’intitola End of a Century ed è una ballata vagamente malinconica, nei testi e nei toni, che inizia con un’immagine di quotidiano squallore: “Formiche sulla moquette, sozzi mostriciattoli; mangiano le briciole, cercano la sporcizia / La fine di un secolo, non è niente di speciale”. Capite a che distanza siamo? “Io e te vivremo per sempre” contro “la fine di un secolo non è niente di speciale”. C’è chi aspira all’Assoluto e chi lo rifugge. La spavalderia proletaria del nord da un lato, il disincanto dei figli della borghesia intellettuale londinese dall’altro. Due band, due universi. La musica si deve ascoltare così, mica contando le note, come diceva sui banchi della Bocconi il mio amico Alessandro da Novara quando io ancora disquisivo sui relativi meriti tecnici degli assoli di chitarra. Bravo Ale, ci sei arrivato vent’anni prima di me.

Abbiamo detto di Liam. Ma come si fa non dire di Noel? Noel è il fratello maggiore (di sei anni) di Liam. Immaginate lo stesso ambiente familiare e sociale, ma per qualche strano scherzo del destino, Noel sa pensare, anzi ci è costretto (a modo molto suo). Sarà per questo che mentre Liam non ha mai fatto altro che aprire la bocca e cantare, Noel Gallagher ha scritto ogni nota che gli Oasis abbiano mai suonato. È un genio musicale fatto di puro istinto. Noel non ha mai chiamato Liam per nome, lo ha sempre chiamato ‘our kid’, il nostro ragazzo, e questo dice tutto sul rapporto fra i due. Abbandonati dal padre quando ancora erano bambini, Noel è stato a conti fatti l’uomo di casa. Ora vi dirò una cosa sorprendente, che potrebbe farvi rivedere tutte le cose che avete pensato poco fa di Live Forever, ma non dovrebbe, perché il senso non cambia: Live Forever, Noel Gallagher l’ha scritta non per un gruppo di adolescenti avvinazzati, non per una coppia innamorata, non per un artista incompreso: ma per sua madre. È lei la donna che Noel giudica, con sé, meritevole dell’immortalità. Noel che un secondo fa a cazzotti e sfascia chitarre ubriaco e il secondo dopo deve prendersi cura della famiglia e del fratellino idiota. Che si guadagna il pane facendo il roadie (l’uomo di fatica, che monta, smonta e trasporta la roba durante le tournée) per una band chiamata Inspiral Carpets, mentre Liam ha messo su un gruppetto di scalmanati che si diverte a cazzeggiare e non ha voglia di fare sul serio. Noel che un giorno incontra la band del fratellino e dice: “Volete diventare grandi? Ce le ho io le canzoni per farvi diventare grandi, i più grandi. Ma se volete quelle canzoni, da ora in poi voi siete la mia band. Fate quello che dico io, quando lo dico io. Se vi dico: ‘Saltate’, l’unica domanda che potete fare è: ‘Quanto in alto vuoi che saltiamo?’. Se vi stanno bene questi termini, vi faccio diventare la band più grande del mondo”. Loro accettano. E Noel gli canta subito, accompagnandosi con una chitarra acustica, uno dei suoi pezzi tirati fuori dal cassetto: Live Forever. Alla fine, gli altri hanno i brividi dell’esaltazione addosso. Hanno capito che Noel non scherza. Gridano, trattenendo a stento l’euforia: “Col cazzo che l’hai scritta tu!”

E invece sì. E poi Noel gli suona le altre: Supersonic, Columbia, Cigarettes & Alcohol. Tutti i pezzi che, un paio d’anni dopo, come Noel ha previsto, li lanceranno in orbita.

Nel 1995, il secondo album (What’s the Story) Morning Glory? li consacrerà, entrando in tutte le classifiche dei migliori tot album della storia. Musicalmente è più rotondo, più completo, più maturo di Definitely Maybe. Migliore? Probabile. Ma io preferisco Definitely Maybe perché è più ignorante. Per tornare a Oscar Wilde, all’epoca di Morning Glory? l’ignoranza era stata toccata, compromessa. Non era più perfetta. E anche se questo secondo album è quello che con Wonderwall, Don’t Look Back in Anger e Champagne Supernova ha definito il canone musicale degli Oasis, per me il debutto resta l’apice.

C’è ancora una cosa carina da dire su Liam & Noel, Noel & Liam. Una perla trascritta fedelmente da un giornalista musicale ben più competente e serio di me nel fare ricerche.

Febbraio 1994: sette mesi prima che esca Definitely Maybe, gli Oasis sono ancora sconosciuti al grande pubblico ma cominciano a farsi una reputazione in Inghilterra fra gli appassionati; per farli conoscere nel circuito indipendente anche in qualche paese estero, il loro agente riesce a trovargli una data ad Amsterdam. Sul palco in Olanda, però, non ci arriveranno mai: con gli occhi che luccicano di fronte a tutto l’alcol disponibile sul ferry boat (siamo nell’era pre-Eurostar), Liam è ubriaco molesto ancora prima di lasciare le bianche scogliere di Dover. La sicurezza di bordo tenta di mettergli freno, un altro membro della band (“Guigsy”) pensa bene di mollare un cazzotto preventivo, si scatena il parapiglia. Finisce con quattro Oasis su cinque rispediti in Gran Bretagna, dove il loro passaporto è confiscato. L’unico che si presenta, livido di rabbia e pronto a intrattenere il pubblico olandese con un concerto acustico tutto da solo, è Noel. Per gli altri, l’episodio è stato una divertente ragazzata di quelle che fanno la leggenda del rock: per Noel, è stato un modo idiota e irresponsabile di rovinare un’opportunità di farsi conoscere e lanciare una carriera che, come acutamente sottolinea, ancora gli Oasis non hanno.

Poche settimane dopo, Liam e Noel sono intervistati da un giornalista della radio inglese che inizia subito chiedendo un po’ provocatoriamente di questa loro nascente reputazione da “animali del rock and roll”.

Liam: “Mi piace il modo in cui sta montando. Mi ricorda gli Stone Roses. Mi piace, a me. Una bella figura di merda con duemila persone che sono lì per vedere ME. Voglio…”

Noel: “Ehi, ehi. Fermo. Non intende dire questo”.

Liam: “Intende, intende (in terza persona, ndr)”.

Noel: “Intende parlare di reputazione? Di farsi buttare fuori da un fottuto ferry boat? Farsi deportare? Non sono cose di cui vado fiero”.

Liam: “Beh, io sì, tra-la-la (sic)”.

Noel: “Va bene. Se sei fiero di farti buttare fuori dai ferry boat, perché non diventi un tifoso del West Ham e te ne esci dalla mia fottuta band e diventi un hooligan? Noi siamo musicisti, d’accordo? Non siamo tifosi di calcio, hooligan”.

Liam: “Sei solo incazzato perché mentre noi facevamo bordello tu eri a letto a leggere i tuoi libri del cazzo”.

La cosa dura ancora mezz’ora; con Liam che accusa Noel di essere un “fottuto prete”, un astemio, uno sfigato. Riprendiamo un altro pezzo di trascrizione particolarmente brillante.

Liam: “Tu vuoi essere Andrew Lloyd Webber, vuoi. Povero sfigato”.

Noel: “Chi è Andrew Lloyd Webber?”

Liam: “Che ne so. È un giocatore di golf o roba del genere”.

Noel: “Appunto. Allora chiudi la bocca, coglione. Quel che voglio dire è che non questione di dire: ‘Siamo dei duri’. Quello lo facevano gli Happy Mondays. E che cazzo…”

Liam: “Sta’ seduto. Ti stai agitando. Ti sei fatto troppi gin & tonic. Sta’ seduto, cazzo. I Mondays non dicevano ‘siamo dei duri’. Dicevano ‘ci siamo fatti un sacco di ecstasy, siamo in una band, ci facciamo un sacco di mignotte’…”

Noel: “No, è a te che piace farti le mignotte…”

Liam: “Sì, mi piace… guarda, tutto quel che m’interessa dire è che me la sto spassando. Non faccio del male a nessuno. Sono fatto così. John Lennon andava pazzo per le piccole cazzate”.

Noel: “Tu conosci John Lennon?”

Liam: “E tu lo conosci?”

Noel: “Io no, ma tu lo conosci?”

Liam: “Yeah”.

Noel: “Beh, devi essere parecchio vecchio allora. Quanti anni hai? Ventuno?”

Liam: “No. Più o meno mille… e cinque e … uno”.

Noel: “Hai ventidue anni”.

Liam: “Ne ho ventuno”.

Noel: “Ecco. E ricordati, io ti ho visto nascere, e nemmeno io conosco John Lennon. Quindi smetti di sparare minchiate sul conoscere John Lennon”.

FORMIDABILI QUEGLI ANNI / 1

London loves...

London loves…

…ovvero, gli album che fecero la storia del Britpop – prima puntata.

Così, senza preamboli né scuse, in ordine sparso.

  1. Blur: Modern Life Is Rubbish e Parklife.

 Modern Life Is Rubbish è il miglior album dei Blur, nonché il più in sintonia con ciò che il Britpop è stato e ha rappresentato per una generazione. Anzi: se mai un album può incarnare un genere musicale, Modern Life Is Rubbish è il Britpop – nelle musiche, nei testi e nel mood generale – anche se non ne è (per varie ragioni) diventato l’icona ufficiale, ruolo che si addice più alla grandeur di Parklife (o, cambiando volti e voci, al manifesto cultural-generazionale di Different Class). Insomma, se Parklife sta al Britopop come London Calling al punk, Modern Life Is Rubbish, per mantenere l’analogia fra i due generi, è The Clash.

Il contesto di riferimento è il Regno Unito (soprattutto Inghilterra) tra la fine del Thatcherismo – ecco: sfangato il riferimento all’attualità – e l’avvento del New Labour; un paese in crisi d’indentità, che ha voglia e fretta di andare oltre ma non sa bene come. I Blur sono appena tornati da un’infausta e prematura tournée americana, disgustati dagli eccessi made in USA e intrisi di nostalgia per i bei tempi della tazza di tè e del cardigan un po’ sciupato, in piena sintonia insomma con il bisogno di una nazione di riaffermare la propria anima. Se mai dovessimo scegliere un solo testo pop perché esprima ciò che furono quegli anni tra la Manica e le Shetland, potremmo prenderne uno a caso da Modern Life Is Rubbish, con poca probabilità di sbagliare. Se poi la scelta cadesse su For Tomorrow, Starshaped, Villa Rosie o Blue Jeans, potremmo accontentare perfino Noel Gallagher (anche se lui non lo ammetterebbe). Le citazioni londinesi spuntano ovunque, come è logico che sia per una band legata alla città sul Tamigi quanto lo fu Arthur Conan Doyle: la Westway (una vera ossessione per Damon Albarn!), Portobello Road, Primrose Hill e tanti altri, espressamente citati o lasciati intendere.

Ogni canzone è un personaggio, il protagonista di un racconto, un essere scontento, insoddisfatto o a disagio che si aggira in qualche angolo di quella Londra proto-Blairiana. Il perfettino Colin Zeal che in realtà, grida Damon a pieni polmoni, “è malato”; l’anonimo e alienato narratore che rischia di fare una strage in metropolitana, se non trova una vacanza “da qualche parte al sole”; il vecchio ex militare che la domenica passeggia al parco; la giovane coppia aggrappata con le unghie e coi denti a una vita un po’ grigia, piena di amore e di paura, che prende freddo nella brezza invernale; Julian, che sente la pressione insostenibile di una vita già scritta per lui; il giovane vagamente depresso che lava il colletto della camicia con il sapone speciale per non doverla portare in lavanderia; e così via. A Raymond Carver non sarebbe spiaciuto di averli immaginati lui. Il tutto, più che mai, vale più della somma delle parti: una volta animati dalla musica, legati da un filo narrativo comune, questi personaggi coi loro microcosmi danno vita a un senso più ampio, dipingono un mondo coerente e credibile, soprattutto pertinente, rilevante.

Musicalmente, dopo Leisure i Blur si rendono conto – grazie a Dio – che possono aspirare a molto più di un posto sulla mensola accanto agli shoegazer che affollano le rotazioni di MTV. E quindi tanti saluti all’ipnosi un po’ baggy, ben venga una produzione in cui less is more (ma davvero molto, molto di più). A rendere questo album diverso da tutto ciò che si ascolta contribuisce non poco la personalità di Graham Coxon, la cui chitarra è giustamente in prima linea. Ma la vera rivelazione è un talento armonico tutto particolare che la band dimostra a livello di songwriting: l’accostamento degli accordi è unico, sembra pensato con la tecnica del cut-up alla Burroughs, permette sfrontati e geniali salti di tonalità con cui Damon Albarn gioca senza paura, avendo così anche una scusa per non preoccuparsi della melodiosità che la sua voce non possiede.

Parklife prosegue sugli stessi temi, ma cambia tono e colori: lo possiamo dire, insieme agli inglesi, anthemic; insomma suona come un inno. Sfrutta il trampolino di lancio di Modern Life…, arriva al momento giusto: è in tutto e per tutto figlio del suo tempo, anzi, dello zeitgeist, come dicono i recensori very cool. Musicalmente più articolato, più vario, ma anche più pesante e overprodotto del predecessore, liricamente è meno fresco e spontaneo, più pensato e “voluto”: in breve, è un filo sotto il precedente, ma destinato a maggior successo. Anche perché Parklife è una corazzata con due siluri di millimetrica precisione; Girls and Boys, l’opzione nucleare per radio e classifiche, e Parklife, che sta ai 20-25enni inglesi del ’94 come la haka agli All Blacks neozelandesi: da gridare in trance agonistica per ricordarsi chi si è e da dove si viene. Anche se a cantarla è un trader della City, e non un disoccupato povero in canna che si sveglia quando gli pare (tranne il mercoledì, quando lo svegliano bruscamente gli spazzini facendo casino).

C’è un detto della working class inglese che fa più o meno così: “Lascia perdere vino e cavalli, stai con la birra e i cani”. Ovvero, bere vino e andare alle corse dei cavalli è roba posh, roba da riccastri che hanno perso la loro identità e che pensano che si viva meglio in Francia o nel sud Europa, gente responsabile per aver introdotto stranezze come parmigiano, rucola e cappuccino in una nazione orgogliosa di avere da sempre una cucina locale composta da tre piatti, tutti fritti. La birra e le corse dei cani invece sono quel che ci definisce, noi che siamo fieri di saper cucinare solo i baked beans della Heinz e che preferiamo ancora fare i sandwich con il pancarré piuottosto della ciabatta fresca del fornaio, noi dell’Old England (anche se una volta andavamo a villeggiare nella lugubre Blackpool e oggi con RyanAir facciamo la settimana di Pasqua a Marbella o il weekend in Polonia dove l’alcol costa poco). Manco a dirlo, la copertina di Parklife sfoggia una splendida immagine delle corse dei cani e sulla foto del retro-cd i quattro Blur, rigorosamente sciatti e quotidiani nel vestire, appaiono annoiati sulle tribune, con tanto di biglietti delle scommesse in mano. In linea con l’album, l’immagine è bella e accattivante, ma un filo didascalica.

Buffo pensare che quella sciatteria così esibita abbia finito per esprimere i germi della rinascita del paese, anche se per la solita ironia del destino, la Cool Britannia blairiana, di cui i Blur hanno scritto la colonna sonora, ha finito per partorire qualcosa di completamente diverso e ha strangolato definitivamente l’Old England, come nemmeno the Bitch (l’altro soprannome, meno mediatizzabile, della Lady di Ferro) aveva saputo fare.