LA SCHIUMA DEGLI ASTICI SUL BANCONE IN ATTESA DI MORIRE

 

Ci sono titoli e titoli. Alcuni sono semplici perché chi li ha inventati sapeva di avere in mano una materia talmente ricca e potente da non avere bisogno d’altro. Titoli con parole semplici, magari corte, e con dietro pura dinamite. “Guerra e pace”. “Il vecchio e il mare”. “Il circolo Pickwick”. “La signora Bovary”. “La strada”. “Natale in India” (nel suo genere!). Lo so, è una generalizzazione: ma giocate al gioco, un momento.

E poi ci sono titoli che devono, palesemente, vendere il libro, film o quant’altro. Spesso, il titolo è la cosa più interessante dell’opera. Sfogliata la copertina, visto il primo fotogramma, inizia la noia. Di solito il trucco è non usare parole forbite o insolite (che fanno pensare a vecchi tromboni accademici noiosi) ma accostamenti arditi, quando non palesemente insensati, di termini comuni. Mi limito a citare “La solitudine dei numeri primi”.

Il libro di cui voglio parlare si chiama “La schiuma dei giorni”, del fu Boris Vian. Potete immaginare da quale lato della staccionata casca?

Se ve lo state ancora chiedendo, ve lo dico io; dal lato di quelli che sembrano scrivere per farti vedere quanto sono bravi a scrivere. Li odio.

Ma non posso lanciare un’accusa simile senza portare prove di fronte a voi, giudici (io sono di parte, quindi prendo il ruolo dell’accusa). Le traduzioni sono mie, devo precisarlo, perché l’originale che possiedo è in francese. Ma prometto di non peggiorarlo apposta.

“La porta sbatté alle sue spalle con il rumore di una mano nuda su una chiappa nuda” (Vian usa il termine fesse, che non è natica né gluteo: è chiappa).

“Alise gli dette un colpo leggero sulla schiena che risuonò come un gong balinese”.

“All’interno, faceva caldo e c’era odore di zucchero alla cannella”.

“… il suo volume era limitato da una pelle fresca e dorata”.

“… i musicisti (…) soffiavano, per vendicarsi, nei loro strumenti; cosa che, da parte dei violinisti, produceva un rumore abominevole”.

Ora, ognuno ha il diritto alla propria opinione, cari membri della giuria. Io, personalmente, non sopporto la poesia spicciola, a buon mercato. La poesia è una cosa troppo seria per trattarla così male, come fa Vian. Questo per me è esibizionismo, è godimento sterile nello stupirci con effetti speciali straordinari. Sono fuochi d’artificio vuoti. Insomma, ho deciso di dirla tutta: questo è Baricco. La mia definizione di Baricco, che ho depositato all’ufficio brevetti, è: “il Nulla, ben confezionato”. Da oggi, vale anche per “La schiuma dei giorni”.

Ancora una cosa: il dialogo fra Colin e Gesù alla fine è degno delle peggiori puntate di “Don Camillo”, quello con il povero vecchio Terence Hill.

Detto questo… ecco, non mi è del tutto spiaciuto leggere questo libro. EHHHH??? Ma come, scherzi? No, non scherzo. Qualcosa, non so cosa, c’è. Forse è la visita dal medico, forse è il colloquio di lavoro, due momenti che ti fanno intravvedere cosa poteva essere. O forse è soltanto la qualità cartacea dell’edizione “Le livre de poche”, che ha una copertina lucida ma non scivolosa, pagine morbide ma consistenti, e il miglior odore di carta che si sia mai sentito.

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About Francesco Segoni

Nato nel 1972, in un certo senso ai bordi di periferia, abbandonava l'umida provincia lombarda per darsi anima e (soprattutto) corpo a vagabondanti peregrinazioni geografico-professionali. Vent'anni dopo, la metamorfosi ostinata e continua lo vede in quel di Parigi; ex analista finanziario, giornalista professionista e volontario in missione umanitaria, oggi fa le tre cose insieme con moderata soddisfazione. Cose che fa nelle ore di veglia non dedite a procacciare il pane: viaggiare, andare sott'acqua e mangiare pizza come se stessero per terminarne la produzione per sempre.

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