EMMA DANTE: QUANDO IL TEATRO APRE LE PORTE AL ROMANZO

Via Castellana Bandiera

Romanzo d’esordio di questa regista e drammaturga di prim’ordine, da Via Castellana Bandiera Emma Dante ne ha tratto anche un film che io ad oggi non ho ancora visto. Tuttavia non sono d’accordo con chi afferma, come ho avuto modo di leggere, che l’Emma Dante teatrante e cineasta è ben altra cosa rispetto all’Emma Dante scrittrice. Pur avendola apprezzata assai nei panni del suo primo e ad oggi prioritario ruolo (soprattutto negli spettacoli che hanno visto la luce nella prima metà dello scorso decennio), devo dire che questo scritto è per vari aspetti sorprendente e molti dei tratti dell’artista da palcoscenico ritornano anche tra le pagine di questo libro.

In verità la sorpresa dovrebbe essere limitata dato che la maggior parte degli spettacoli che la Dante ha messo in scena sono stati concepiti e scritti da lei medesima. Ed infatti proprio gli ingredienti tipici di una narrazione teatrale sono stati qui usati e fluidamente rielaborati per partorire un romanzo. Un romanzo peraltro breve (come brevi sono state molte delle messe in scena della regista) da cui emergono in maniera chiara la capacità di descrivere con pochi tratti un’intera città (Palermo), proprio come avvenuto in M’Palermu ad esempio.

Spiazza anche  la facilità con cui il lettore digerisce come reale e tangibile una situazione di per sé surreale (come in Carnezzeria e La Scimia): un incredibile litigio sorto su chi deve passare per primo tra i passeggeri di due vetture che si incrociano in una via troppo stretta. Questo fatto, che fa da fulcro alla trama, è vissuto dal lettore quasi nel rispetto dei principi aristotelici di unità di luogo tempo e azione, come si conviene ad un buon testo teatrale. E teatrali sono i dialoghi ed i personaggi, abbastanza spogli di psicologia e molto orientati all’azione ed ai conflitti che emergono dalle relazioni.

Ne escono così delineati, quasi con naturalezza, vincoli e costrizioni di certa società, seppur non solo palermitana dato che anche la relazione amorosa tra una milanese e una sicula è comunque vissuta, da quel che si intende, nella città meneghina come complicata e limitante.

VITA MIA (foto di scena)

Ritornano infine temi già visti sulle tavole del palcoscenico, come quello della famiglia (e delle violenze al suo interno), della prostituzione, della discriminazione, della mafia. Meno riconoscibile invece quello religioso che è invasivo nella Dante drammaturga.

Da ultimo non si può non ricordare il linguaggio (dove l’italiano e il siciliano si alternano e si fondono), assolutamente prosaico, molto sanguigno, spesso brutale, che taglia la carne come già accaduto a teatro con Mishelle di Sant’Oliva o Vita Mia o Cani da Bancata (espressione che ritorna anche in Via Castellana).

In breve, un romanzo originale e personale, che si legge tutto d’un fiato e non delude.

LA SCHIUMA DEGLI ASTICI SUL BANCONE IN ATTESA DI MORIRE

 

Ci sono titoli e titoli. Alcuni sono semplici perché chi li ha inventati sapeva di avere in mano una materia talmente ricca e potente da non avere bisogno d’altro. Titoli con parole semplici, magari corte, e con dietro pura dinamite. “Guerra e pace”. “Il vecchio e il mare”. “Il circolo Pickwick”. “La signora Bovary”. “La strada”. “Natale in India” (nel suo genere!). Lo so, è una generalizzazione: ma giocate al gioco, un momento.

E poi ci sono titoli che devono, palesemente, vendere il libro, film o quant’altro. Spesso, il titolo è la cosa più interessante dell’opera. Sfogliata la copertina, visto il primo fotogramma, inizia la noia. Di solito il trucco è non usare parole forbite o insolite (che fanno pensare a vecchi tromboni accademici noiosi) ma accostamenti arditi, quando non palesemente insensati, di termini comuni. Mi limito a citare “La solitudine dei numeri primi”.

Il libro di cui voglio parlare si chiama “La schiuma dei giorni”, del fu Boris Vian. Potete immaginare da quale lato della staccionata casca?

Se ve lo state ancora chiedendo, ve lo dico io; dal lato di quelli che sembrano scrivere per farti vedere quanto sono bravi a scrivere. Li odio.

Ma non posso lanciare un’accusa simile senza portare prove di fronte a voi, giudici (io sono di parte, quindi prendo il ruolo dell’accusa). Le traduzioni sono mie, devo precisarlo, perché l’originale che possiedo è in francese. Ma prometto di non peggiorarlo apposta.

“La porta sbatté alle sue spalle con il rumore di una mano nuda su una chiappa nuda” (Vian usa il termine fesse, che non è natica né gluteo: è chiappa).

“Alise gli dette un colpo leggero sulla schiena che risuonò come un gong balinese”.

“All’interno, faceva caldo e c’era odore di zucchero alla cannella”.

“… il suo volume era limitato da una pelle fresca e dorata”.

“… i musicisti (…) soffiavano, per vendicarsi, nei loro strumenti; cosa che, da parte dei violinisti, produceva un rumore abominevole”.

Ora, ognuno ha il diritto alla propria opinione, cari membri della giuria. Io, personalmente, non sopporto la poesia spicciola, a buon mercato. La poesia è una cosa troppo seria per trattarla così male, come fa Vian. Questo per me è esibizionismo, è godimento sterile nello stupirci con effetti speciali straordinari. Sono fuochi d’artificio vuoti. Insomma, ho deciso di dirla tutta: questo è Baricco. La mia definizione di Baricco, che ho depositato all’ufficio brevetti, è: “il Nulla, ben confezionato”. Da oggi, vale anche per “La schiuma dei giorni”.

Ancora una cosa: il dialogo fra Colin e Gesù alla fine è degno delle peggiori puntate di “Don Camillo”, quello con il povero vecchio Terence Hill.

Detto questo… ecco, non mi è del tutto spiaciuto leggere questo libro. EHHHH??? Ma come, scherzi? No, non scherzo. Qualcosa, non so cosa, c’è. Forse è la visita dal medico, forse è il colloquio di lavoro, due momenti che ti fanno intravvedere cosa poteva essere. O forse è soltanto la qualità cartacea dell’edizione “Le livre de poche”, che ha una copertina lucida ma non scivolosa, pagine morbide ma consistenti, e il miglior odore di carta che si sia mai sentito.

SINFONIA ANGLO-BANGLADESHI

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Se Salman Rushdie fosse meno pomposo, avrebbe scritto questo libro. Se Hanif Kureishi avesse un briciolo di sense of humour, avrebbe scritto questo libro. Per nostra fortuna invece, entrambi hanno perso l’occasione e White Teeth (Denti bianchi) l’ha scritto Zadie Smith: così il mondo ci ha guadagnato una grande scrittrice in più. Grande, sì. E che arriva giusto in tempo per offrire l’atteso e necessario ricambio alla pluridecorata generazione dei vecchi romanzieri dell’emigrazione; anime tormentate, impigliate a metà del guardo fra la Grande India pre-Partizione (calderone di culture e religioni che includeva anche Pakistan e Bangladesh) e la fredda Gran Bretagna, dove più che approdare si sono spiaggiate.

Strano fenomeno, dal punto di vista letterario, questo fardello tutto inglese dell’aver giocato con le vite e i destini di un miliardo e mezzo abbondante tra le persone più povere del mondo – prima conquistandole con la forza, poi seducendole col fascino della Civiltà (come se loro non ne avessero già, e da millenni), indi sfruttandole senza scrupoli, infine abbandonandole alla miseria e ai loro reciproci scannamenti.

Finché è durata l’epoca coloniale, sono stati gli inglesi d’origine a scriverne – i Kipling e i Forster – affascinati dall’esotismo delle spezie e delle tigri. Una volta finita l’avventura, sono quelli d’adozione a farci i conti: i “nuovi inglesi” che hanno compiuto la traversata della colonizzazione inversa (di persona o attraverso il DNA familiare). Oggi, i primi, gli inglesi d’origine, assolvono al proprio imperativo morale – basato sul senso di colpa – semplicemente accettando un flusso migratorio continuo e dilagante; non si chieda loro di doverne anche parlare.

Ma come sempre divago. Dicevamo di Denti Bianchi.

L’arte della brava Zadie sta nella capacità di vivisezionare tali secolari tormenti con ironia e malizia, ma senza ridursi nella leggerezza e nella banalità; anzi, la sua compassione rende il romanzo ancora più lucido e capace di parlare a me, lettore. Per la vecchia ragione, snobbata e disprezzata, che l’accessibilità esalta, e non sminuisce, la qualità del contenuto – ma vallo a spiegare a quegli “artisti” che si vantano di aver cagato una roba indigeribile. Leggendo Zadie Smith quindi hai la sensazione di trovare (finalmente!) non un reduce sfiduciato che ti dice, fra le righe, “tanto non puoi capire”; ma una voce piena di empatia, che non è nemmeno quella dell’autrice, ma spesso e volentieri direttamente quella dei personaggi.

Ecco, i personaggi: sono l’aspetto più riuscito del libro. Sono veri, vivi, pieni di dimensioni, capaci di cambiare nel corso della storia in maniera credibile, ovvero senza snaturarsi. Si vede che questi personaggi Zadie Smith li aveva in testa ben chiari, li ha visti molto prima di scriverli. Sono talmente veri che t’invitano, pensa un po’, perfino all’identificazione (sacrilegio! ma come! l’identificazione? ma è per le lettrici svampite di Harmony!). Ebbene sì, empatia e identificazione non sono parolacce. Anche perché dall’idea dell’identificazione possiamo arrivare più logicamente a quella dell’identità, che è la vera protagonista del romanzo.

Cos’è l’identità? Io, di certo, non sono in grado di rispondere. Non ho ancora capito con chi devo identificarmi: con i miei connazionali? Con quelli del mio stesso sesso? Con i miei coetanei? Con quelli col mio colore di capelli? Con quelli che suonano lo strumento che suono io? Con quelli che hanno il mio stesso stato civile? Con quelli che hanno la stesse specie di animale domestico? Con quelli che hanno fatto il mio percorso di studi? Che condividono i miei orientamenti sessuali? Che hanno / non hanno figli? Che sono nati nella stessa provincia? Che amano gli stessi piatti? Che fanno le stesse vacanze? Che hanno fatto le stesse malattie? Che hanno la stessa macchina / non hanno la macchina? Stesso gruppo sanguigno? Stessa squadra del cuore? Stesso lavoro? Che hanno (o meno) un fratello / sorella? Quali di queste cose sono importanti, a quale di questi gruppi dovrei sentire di appartenere? Ecco, io penso di appartenere al gruppo che condivide tutte queste caratteristiche con me, più le altre centosettantaquattro che non ho citato ma che sono altrettanto fondamentali. A quel gruppo, non c’è dubbio, appartengo davvero. Il problema è che sono anche l’unico.

E quindi, io, di identità non capisco niente. Eppure sono stato portato, quasi obbligato, a identificarmi con Samad (torniamo a Zadie Smith), l’immigrato bangladeshi che sulla questione identitaria si strugge dall’inizio alla fine. O con sua moglie Alsi: sì, con una donna e per giunta bangladeshi. E quando questo succede, vuol dire due cose: che i personaggi ci sono e che l’autrice sa scrivere. Ecco il secondo punto di forza del libro: Zadie Smith scrive veramente bene. Né troppo piatto né troppo fiorito, è uno stile ricco ma scorrevole; le piace scrivere, si vede, ma non si compiace (non troppo, insomma).  Ogni tanto si lascia tentare dalla didascalia, ma nel complesso non è qualcosa che pesi troppo. Piuttosto, mi permetto un consiglio veramente snob: se possibile, leggete il libro nella versione originale in inglese. La lingua è talmente importante, in questo microcosmo dickensiano, che con la traduzione si perde metà del godimento: i modi di dire di Archie sono lo specchio della sua personalità, l’accento giamaicano della nonna Orthense non è quello della nipote Irie; e quando Samad e Alsi litigano pare di sentire la cadenza nella loro voce.

Cosa convince meno? Semplice: si ha l’idea che Zadie Smith si sia messa a scrivere il romanzo senza sapere come sarebbe andato a finire. E la trama, che per un po’ regge il livello (molto alto) del resto, ovvero dello stile e dei personaggi, a un certo punto balbetta, si affloscia. Come se l’autrice si fosse detta “intanto inizio, poi mi verrà un’idea geniale”, ma l’idea che è arrivata era solo carina (non dico niente di più specifico perché ovviamente non voglio rivelare nulla). Ma non vorrei avervi dissuasi dal leggere Zadie Smith: non è che il libro non abbia trama; diciamo che se la Smith aveva “visto” con piena chiarezza luoghi, atmosfere, persone e pensieri, non ha visto altrettanto chiaramente un intreccio.

Denti Bianchi resta un romanzo con nerbo e sostanza, mosso dall’urgenza delle Idee. Non si rifugia nella quotidianità, non disdegna le prospettive ampie, i grandi temi e il confronto con la Storia, anzi, li va a cercare, li provoca, li sfida con uno schiaffo in pieno volto. È un romanzo, perfino, epico. Una delle cose migliori che abbia letto da tanto tempo a questa parte.

HAROLD & FRAUD

Harold Brodkey – Storie in modo quasi classico (2 voll.)

 

Harold Brodkey

Harold Brodkey

Al mondo esistono tre tipi di lettori.

Tipo A:sono tutto un istinto.”

Sono quelli che quando approcciano un libro bello, lo

divorano. Lo Iniziano per puro caso, promettendosi di leggerne poche righe prima di addormentarsi e quando lo posano, hanno terminato 512 pagine e sono le 7 del mattino. In ufficio avranno qualcosa da raccontare.

Sono gli stessi che quando scovano un libro brutto, lo abbandonano dopo poche pagine. Se l’hanno comprato, non si piegano ripensando al prezzo pagato; se è un dono, non si scompongono al pensiero di ferire la dolce metà, la mamma morente, il proprio idolo. Schifati prendono il libro e lo allontanano dalla propria vista.

Pochi lo terranno in libreria per fare numero, per fare scena; così, tanto per fare.

Alcuni lo regaleranno alla propria nemesi, con tanto di dedica ironica (“Spero ti piaccia quanto è piaciuto a me”). L’ironia verrà colta sempre troppo tardi, indipendentemente dalla tipologia di lettore a cui appartiene la Nemesi.

Altri – tra cui la nemesi succitata – lo rivenderanno nei negozi dell’usato e quei 75 centesimi sembreranno una piccola conquista. L’odissea del libro brutto, non finisce lì, ovviamente. Verrà comprato da qualcuno che leggendo la dedica (“Spero ti piaccia quanto è piaciuto a me”) potrà immaginare storie d’amore finite male, gente triste costretta a dare via i propri affetti, libri recuperati in forzieri polverosi.

Le persone così ricche di fantasia, appartengono al secondo tipo di lettori.

Tipo B:le cose le faccio col cuore, io.”

Sono quelli che quando trovano un libro bello, ci tengono a farlo sapere. Scrivono citazioni sui Social Network, sul diario, sulle maglie e le lenzuola. L’impressione è che del libro abbiano letto solo delle citazioni. O meglio, il libro era pattume, ma sono riusciti a trovare quei due/tre concetti interessanti con cui rivalutare l’intera opera.

Anche di fronte ad una collezione di obbrobri, non ammetteranno mai la resa. Una sera berranno troppo e allora l’affermazione più forte che si potrà estorcere è che “sì, in effetti, non è tra le cose migliori lette recentemente, però quel passaggio valeva tutta la fatica.”.

Il peggiore tra tutti, però, è il lettore del terzo tipo.

Tipo C:evidentemente, non l’hai capito.”

Questo tipo di lettore all’apparenza dimostra di non subire alcuna influenza esterna. Ha gusti che viaggiano dritti come frecce. Nessun parere che non sia il proprio condiziona le visite in libreria. All’apparenza.

In verità si tratta di persona ripiegata su se stessa. I libri (scritti solo da autori che per motivi indecifrabili lui ritiene “degni”) li compra solo dopo averne letto una bellissima recensione su una webzine canadese che conosce solo lui, scritta da persone come lui, abitanti di un pianeta che, pare ormai evidente, non è quello attuale. Il mondo lo odia, ad eccezione del proprio analista.

Se il libro è bello, lui lo sapeva già. Altrimenti non l’avrebbe comprato.

Se il libro è brutto, è ovviamente tutto da rivedere in un’ottica che forse oggi non si può comprendere appieno. Il tempo e la ragione e la saggezza dimostreranno che se l’ha comprato, si tratta di libro bello. Fine della storia.

Io – che sto leggendo Storie in modo quasi classico di Harold Brodkey (Oscar Mondadori, 2000) – appartengo al tipo B, neanche a dirlo. Solo Proust è riuscito ad annoiarmi allo stesso modo.

Proust trova lettori solo del tipo B e C. Il tipo B cita l’episodio della madeleine per rivalutare 7 volumi di noia, il tipo C pensa che B sia una testa di cazzo, ma non ha mai provato a inzuppare una madeleine per via dei carboidrati.

A quanto pare, anche in questa relativamente breve avventura letteraria (2 volumi, più di 700 pagine) sono circondato da tipi C che pensano di me solo il peggio.

Che ci posso fare? Brodkey mi sfinisce, mi svuota, ruba intere porzioni del mio tempo per raccontare qualcosa che non mi interessa, che mi annoia mortalmente, che non sollecita in me alcuna spinta emozionale. Mi pare di vederli i personaggi dei suoi racconti. Non costa fatica, sono tutti uguali. Snob sensibilissimi, pronti a vivisezionare situazioni, parole e pensieri. Mai un moto di pancia, mai sangue o sudore a sporcare la pagina. Qui è bandita l’umana irrazionalità che rende davvero vivi i personaggi. Al contrario, è benvenuto il fantasma della psicanalisi spinta, il continuo rimuginare sul singolo sguardo. Anche un gesto à deux come il cunnilingus (nel “premiato” racconto Intimità) diventa un altare onanistico, un profluvio di parole a sostituire l’orgasmo. Estenuante, quasi quanto un vero cunnilingus.

Cosa mi impedisce, dunque, di diventare un lettore di tipo A? Brodkey scrive maledettamente bene, lo ammetto, ma c’è di più: l’avere speso dei soldi per questo libro, proprio non mi va giù.