FORMIDABILI QUEGLI ANNI / 2

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Per un secondo, i più maliziosi fra voi potranno gridare indignati allo scandalo, pensando che io abbia tradito una delle regole fondamentali di questo blog scrivendo di qualcosa che è di attualità. Il fenomeno culturale di cui voglio parlare, infatti, è un disco (sorpresa!) della cui uscita si dà il caso ricorra proprio in questi giorni il ventesimo anniversario; sul quale, in sintonia con i tempi di sputtanamento discografico che corrono, si sono buttati a pesce quei quattro giornali musicali inglesi ancora esistenti (letti dalle stesse persone che li scrivono più i loro parenti stretti, e il mio gatto). Per non parlare del fatto che di questo disco è puntualmente da poco apparsa nei negozi un’edizione deluxe-fighetta con delle bonus track che se non erano state pubblicate la prima volta, un motivo ci sarà stato; un’operazione biecamente commerciale mirata ai coglioni facilmente gabbabili come me – che infatti ne ho comprato subito una copia; ma  vabbè, questo non c’entra.

Quel che c’entra, invece, è che potete stare tranquilli e riprendere a respirare prima di diventare tutti blu: questo post è irrilevante e fuori tempo massimo come tutti gli altri. La ragione per scrivere di Definitely Maybe, debutto in musica degli Oasis da Manchester, non sta nel ventesimo anniversario della sua uscita (banale coincidenza!), ma nel proseguimento della mitica serie “Formidabili quegli anni”, dedicata al mondo del Britpop e della Cool Britannia degli anni ‘90: la cui prima e unica puntata è datata 11 aprile 2013 (sono andato a guardare). A oltre un anno e due mesi di distanza, ecco quindi la seconda, intempestiva puntata.

Cosa si può dire di Definitely Maybe? Intanto, che per me potrebbe essere il miglior album d’esordio di sempre. Anzi, lo è. Perché è rock and roll nel senso più classico e originale del termine: un concentrato di vitalità, sessualità, ignoranza e spavalderia proletaria. Nelle immortali parole di Supersonic, il primo singolo della band, che anticipò di qualche mese l’uscita dell’album: “I’m feelin’ supersonic, gimme gin & tonic” (“Mi sento supersonico, dammi un gin tonic”). Una frase talmente ridicola e ignorante che chiunque avesse provato a dirla sarebbe stato cacciato dal palco a bottigliate. Tranne Liam Gallagher: lui è l’unico bipede al mondo che riesce a dire una cosa del genere e farla diventare Verbo, esprimendo appunto tutto ciò che ogni star del rock and roll abbia mai tentato di dire, fin dai tempi di Jerry Lee Lewis. E facendolo su un andamento ritmico volutamente trattenuto, compresso, perché non si pensi nemmeno per un attimo che questi Oasis vogliano biascicare di fretta le loro frasi assurde: le parole, Liam sembra volerle assaporare, spiaccicandone la pronuncia perché sia ancora più chiara.

Se Supersonic è il prologo, il manifesto dell’album, il primo capitolo vero e proprio è intitolato, giustamente, Rock’n’Roll Star. Che altro dire? “In my mind, my dreams are real / Tonight, I’m a rock’n’roll star / Look at you now, you’re all in my hands tonight” (“Nella mia testa, i miei sogni sono veri / stanotte sono una star del rock and roll / guardatevi adesso, stanotte siete tutti nelle mie mani”): più chiaro di così si muore. E questa canzone è stata scritta (da Noel Gallagher, fratello di Liam) prima che gli Oasis diventassero famosi, anzi: quando non erano proprio nessuno. Perché non c’entra la realtà: questa cosa, o ce l’hai dentro o non ce l’hai. “Nella mia testa, i miei sogni sono veri”. Loro ce l’avevano.

Del resto, Liam Gallagher è stato la cosa più vicina a un Dio che quest’epoca senza credo né fede abbia potuto produrre. Basta guardarlo al concerto di Knebworth. Non sono solo le centomila persone adoranti: è la passività menefreghista con cui lui si lascia adorare. Come diceva Oscar Wilde ne L’importanza di essere Ernesto: “L’ignoranza è come un delicato frutto esotico: basta toccarla, e la si rovina”. Ecco, nessuno aveva mai toccato l’ignoranza di Liam Gallagher, questo è sicuro; non c’è un’ombra di consapevolezza, d’ironia, di finzione nella sua boria da teppista. È questo che lo rende un’icona senza tempo.

Pensate a Damon Albarn dei Blur, per contrasto: nato in una famiglia middle class londinese con una passione per l’arte mescolata a un cosmopolitismo molto bohémien, abituato fin da ragazzino a sentir parlare di Brecht in casa e a viaggiare all’estero coi genitori, finito a vivere nella provincia borghese, a essere menato dai compagni di scuola perché troppo fighetto, a recitare adolescente in realizzazioni teatrali, perfino a frequentare per un periodo un’accademia di arte drammatica.

Dall’altra parte, Liam Gallagher: proletario del nord, per lui andare all’estero voleva dire uscire da Manchester, un pasto raffinato voleva dire un altro tipo di fast food, il suo rapporto più ravvicinato con la scuola consisteva nel romperne le finestre con un sasso. Capite perché, nonostante la sua indubbia superiorità musicale, Damon abbia sempre sofferto di un complesso nei confronti di Liam: non ha mai potuto raggiungerne la credibilità che viene dalla strada. Una qualità di cui molti di noi possono fare a meno, ma che per galeotti, immigrati e star del rock and roll è come l’asso di briscola.

I Blur hanno cercato di costruirsela, col senno di poi: nelle foto del libretto di Parklife si fanno vedere alle corse dei cani, pinta di birra e sigaretta, tute di Sergio Tacchini come gli adolescenti ignoranti di periferia inglese. Ma né Albarn, né tanto meno Graham Coxon e Alex James, che addirittura hanno studiato musica all’accademia, né Dave Rowentree, che era laureato in informatica, avrebbero potuto presentarsi conciati così e sopravvivere. Gli Oasis invece erano così – probabilmente anche quando andavano a pranzo dalla nonna.

In Chemical World, uno dei loro singoli dal secondo album Modern Life Is Rubbish, Albarn dice a un certo punto “mi sentivo strano, la testa che girava… ho dovuto sedermi e bere un tè zuccherato”. Gli Oasis dicono: “Dammi un gin & tonic” senza aggiungere ‘per favore’. In una semplice scelta di bevande c’è tutto, no?

Ancora una parola per chiarire la distanza fra queste due band siderali. Prendiamo la terza canzone in scaletta di Definitely Maybe; s’intitola Live Forever, e parla esattamente di questo: di vivere per sempre. “Forse tu sei come me, noi vediamo cose che gli altri non vedono / io e te vivremo per sempre”. Le semplici parole non rendono l’idea. Questa canzone, ascoltata con musica e in contesto, è un inno: una dichiarazione programmatica d’intenti per una generazione. “Noi vediamo cose che gli altri non vedono”: è tutto quel che ogni gruppuscolo di adolescenti avvinazzati, ogni coppia innamorata, ogni sedicente giovane artista incompreso, da che mondo è mondo, hanno sempre pensato nel profondo. E ascoltare Live Forever dagli altoparlanti di uno stadio, con duecentomila persone che la cantano all’unisono, è (non scherzo) un’esperienza equivalente a essere tele/crono-trasportati in una cerimonia religiosa Inca presso l’altare più sacro del Macchu Picchu. È una canzone con quella qualità che gli inglesi definiscono anthemic, da anthem = inno, appunto.

Live Forever è il terzo brano in scaletta di Definitely Maybe. Dicevo, per un contrasto curiosamente simmetrico, prendiamo la terza canzone di Parklife, album-totem dei Blur uscito nello stesso anno, 1994. Il pezzo s’intitola End of a Century ed è una ballata vagamente malinconica, nei testi e nei toni, che inizia con un’immagine di quotidiano squallore: “Formiche sulla moquette, sozzi mostriciattoli; mangiano le briciole, cercano la sporcizia / La fine di un secolo, non è niente di speciale”. Capite a che distanza siamo? “Io e te vivremo per sempre” contro “la fine di un secolo non è niente di speciale”. C’è chi aspira all’Assoluto e chi lo rifugge. La spavalderia proletaria del nord da un lato, il disincanto dei figli della borghesia intellettuale londinese dall’altro. Due band, due universi. La musica si deve ascoltare così, mica contando le note, come diceva sui banchi della Bocconi il mio amico Alessandro da Novara quando io ancora disquisivo sui relativi meriti tecnici degli assoli di chitarra. Bravo Ale, ci sei arrivato vent’anni prima di me.

Abbiamo detto di Liam. Ma come si fa non dire di Noel? Noel è il fratello maggiore (di sei anni) di Liam. Immaginate lo stesso ambiente familiare e sociale, ma per qualche strano scherzo del destino, Noel sa pensare, anzi ci è costretto (a modo molto suo). Sarà per questo che mentre Liam non ha mai fatto altro che aprire la bocca e cantare, Noel Gallagher ha scritto ogni nota che gli Oasis abbiano mai suonato. È un genio musicale fatto di puro istinto. Noel non ha mai chiamato Liam per nome, lo ha sempre chiamato ‘our kid’, il nostro ragazzo, e questo dice tutto sul rapporto fra i due. Abbandonati dal padre quando ancora erano bambini, Noel è stato a conti fatti l’uomo di casa. Ora vi dirò una cosa sorprendente, che potrebbe farvi rivedere tutte le cose che avete pensato poco fa di Live Forever, ma non dovrebbe, perché il senso non cambia: Live Forever, Noel Gallagher l’ha scritta non per un gruppo di adolescenti avvinazzati, non per una coppia innamorata, non per un artista incompreso: ma per sua madre. È lei la donna che Noel giudica, con sé, meritevole dell’immortalità. Noel che un secondo fa a cazzotti e sfascia chitarre ubriaco e il secondo dopo deve prendersi cura della famiglia e del fratellino idiota. Che si guadagna il pane facendo il roadie (l’uomo di fatica, che monta, smonta e trasporta la roba durante le tournée) per una band chiamata Inspiral Carpets, mentre Liam ha messo su un gruppetto di scalmanati che si diverte a cazzeggiare e non ha voglia di fare sul serio. Noel che un giorno incontra la band del fratellino e dice: “Volete diventare grandi? Ce le ho io le canzoni per farvi diventare grandi, i più grandi. Ma se volete quelle canzoni, da ora in poi voi siete la mia band. Fate quello che dico io, quando lo dico io. Se vi dico: ‘Saltate’, l’unica domanda che potete fare è: ‘Quanto in alto vuoi che saltiamo?’. Se vi stanno bene questi termini, vi faccio diventare la band più grande del mondo”. Loro accettano. E Noel gli canta subito, accompagnandosi con una chitarra acustica, uno dei suoi pezzi tirati fuori dal cassetto: Live Forever. Alla fine, gli altri hanno i brividi dell’esaltazione addosso. Hanno capito che Noel non scherza. Gridano, trattenendo a stento l’euforia: “Col cazzo che l’hai scritta tu!”

E invece sì. E poi Noel gli suona le altre: Supersonic, Columbia, Cigarettes & Alcohol. Tutti i pezzi che, un paio d’anni dopo, come Noel ha previsto, li lanceranno in orbita.

Nel 1995, il secondo album (What’s the Story) Morning Glory? li consacrerà, entrando in tutte le classifiche dei migliori tot album della storia. Musicalmente è più rotondo, più completo, più maturo di Definitely Maybe. Migliore? Probabile. Ma io preferisco Definitely Maybe perché è più ignorante. Per tornare a Oscar Wilde, all’epoca di Morning Glory? l’ignoranza era stata toccata, compromessa. Non era più perfetta. E anche se questo secondo album è quello che con Wonderwall, Don’t Look Back in Anger e Champagne Supernova ha definito il canone musicale degli Oasis, per me il debutto resta l’apice.

C’è ancora una cosa carina da dire su Liam & Noel, Noel & Liam. Una perla trascritta fedelmente da un giornalista musicale ben più competente e serio di me nel fare ricerche.

Febbraio 1994: sette mesi prima che esca Definitely Maybe, gli Oasis sono ancora sconosciuti al grande pubblico ma cominciano a farsi una reputazione in Inghilterra fra gli appassionati; per farli conoscere nel circuito indipendente anche in qualche paese estero, il loro agente riesce a trovargli una data ad Amsterdam. Sul palco in Olanda, però, non ci arriveranno mai: con gli occhi che luccicano di fronte a tutto l’alcol disponibile sul ferry boat (siamo nell’era pre-Eurostar), Liam è ubriaco molesto ancora prima di lasciare le bianche scogliere di Dover. La sicurezza di bordo tenta di mettergli freno, un altro membro della band (“Guigsy”) pensa bene di mollare un cazzotto preventivo, si scatena il parapiglia. Finisce con quattro Oasis su cinque rispediti in Gran Bretagna, dove il loro passaporto è confiscato. L’unico che si presenta, livido di rabbia e pronto a intrattenere il pubblico olandese con un concerto acustico tutto da solo, è Noel. Per gli altri, l’episodio è stato una divertente ragazzata di quelle che fanno la leggenda del rock: per Noel, è stato un modo idiota e irresponsabile di rovinare un’opportunità di farsi conoscere e lanciare una carriera che, come acutamente sottolinea, ancora gli Oasis non hanno.

Poche settimane dopo, Liam e Noel sono intervistati da un giornalista della radio inglese che inizia subito chiedendo un po’ provocatoriamente di questa loro nascente reputazione da “animali del rock and roll”.

Liam: “Mi piace il modo in cui sta montando. Mi ricorda gli Stone Roses. Mi piace, a me. Una bella figura di merda con duemila persone che sono lì per vedere ME. Voglio…”

Noel: “Ehi, ehi. Fermo. Non intende dire questo”.

Liam: “Intende, intende (in terza persona, ndr)”.

Noel: “Intende parlare di reputazione? Di farsi buttare fuori da un fottuto ferry boat? Farsi deportare? Non sono cose di cui vado fiero”.

Liam: “Beh, io sì, tra-la-la (sic)”.

Noel: “Va bene. Se sei fiero di farti buttare fuori dai ferry boat, perché non diventi un tifoso del West Ham e te ne esci dalla mia fottuta band e diventi un hooligan? Noi siamo musicisti, d’accordo? Non siamo tifosi di calcio, hooligan”.

Liam: “Sei solo incazzato perché mentre noi facevamo bordello tu eri a letto a leggere i tuoi libri del cazzo”.

La cosa dura ancora mezz’ora; con Liam che accusa Noel di essere un “fottuto prete”, un astemio, uno sfigato. Riprendiamo un altro pezzo di trascrizione particolarmente brillante.

Liam: “Tu vuoi essere Andrew Lloyd Webber, vuoi. Povero sfigato”.

Noel: “Chi è Andrew Lloyd Webber?”

Liam: “Che ne so. È un giocatore di golf o roba del genere”.

Noel: “Appunto. Allora chiudi la bocca, coglione. Quel che voglio dire è che non questione di dire: ‘Siamo dei duri’. Quello lo facevano gli Happy Mondays. E che cazzo…”

Liam: “Sta’ seduto. Ti stai agitando. Ti sei fatto troppi gin & tonic. Sta’ seduto, cazzo. I Mondays non dicevano ‘siamo dei duri’. Dicevano ‘ci siamo fatti un sacco di ecstasy, siamo in una band, ci facciamo un sacco di mignotte’…”

Noel: “No, è a te che piace farti le mignotte…”

Liam: “Sì, mi piace… guarda, tutto quel che m’interessa dire è che me la sto spassando. Non faccio del male a nessuno. Sono fatto così. John Lennon andava pazzo per le piccole cazzate”.

Noel: “Tu conosci John Lennon?”

Liam: “E tu lo conosci?”

Noel: “Io no, ma tu lo conosci?”

Liam: “Yeah”.

Noel: “Beh, devi essere parecchio vecchio allora. Quanti anni hai? Ventuno?”

Liam: “No. Più o meno mille… e cinque e … uno”.

Noel: “Hai ventidue anni”.

Liam: “Ne ho ventuno”.

Noel: “Ecco. E ricordati, io ti ho visto nascere, e nemmeno io conosco John Lennon. Quindi smetti di sparare minchiate sul conoscere John Lennon”.

LA PRENDO LARGA

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Ci siamo dati due regole su questo blog : la prima è non scrivere di niente che sia di attualità. È una regola che trovo meravigliosa: ci sono già tutti i blog e i giornali di tutto il mondo a occuparsi di attualità… così finisce che parliamo tutti delle stesse cose. Anche quando mi son trovato a starci dentro quel mondo, quello dei giornali, non ho mai capito l’ossessione dei caporedattori per “il collegamento con l’attualità”. Se proponevo un argomento interessante, mi dicevano: trova un collegamento con l’attualità. Ma perché? Da lettore, non me è mai fregato niente; perché da giornalista dovrebbe essere importante? Non stiamo scrivendo per i lettori? Una storia diventa forse più interessante se ne parli in occasione di un anniversario?

Seconda regola: lasciar passare almeno tre mesi tra un post e l’altro, in modo che il concetto di “non attuale e fuori tempo massimo” sia ancora più chiaro. No, questa non è davvero una regola che ci siamo dati. È un fatto della vita, è capitato.

Comunque, ora che entrambe le condizioni sono soddisfatte, essendo sia l’ultimo post che l’anno scorso distanti più di tre mesi, posso parlare di questa cosa che mi fa prudere le mani dalla voglia di scriverne: i miei album preferiti del 2013.

I miei album preferiti di uno scorso anno ormai così lontano nella nostra (s)memoria collettiva che qualcuno l’altro giorno si chiedeva se fosse nel 2013 che Diana è morta, sono di due esordienti: e questo, come non mi stanco mai di ripetere, è un fatto bellissimo. Con tutto l’amore viscerale che provo per David Bowie, il cui ritorno mi ha semplicemente fatto piangere dalla gioia, il mondo è un posto molto più bello quando le cose migliori le fanno i più giovani, e i volti nuovi, no? Come si fa a non goderne, pensando a quanto è promettente il futuro? Se gli album migliori fossero stati Bowie, Leonard Cohen e qualche altro ottuagenario, avremmo al massimo ancora una decina d’anni di potenziale buona musica (e sono ottimista). Invece, alla luce degli esordi di Savages, King Krule, e nel 2012 di Django Django, Alt-J, e con gente come Janelle Monáe o TOY al secondo album, ci possono aspettare altri cinquant’anni di grande rock and roll. Potrei perfino arrivare a godermeli tutti.

Ma veniamo al dunque.

  • Savages: Silence Yourself

Il 2013 per me è l’anno che ricorderemo come il nuovo 1976, quello della nascita “ufficiale” del punk (in questo caso, rinascita). Il 2014 è già il 1977, quello della sua diffusione (quest’anno abbiamo già Eagulls e Promartyr alla ribalta). Ma l’anno scorso c’è stato il big bang e il primo album delle Savages resta per adesso il capolavoro ineguagliato.

Sono un gruppo al 100% femminile ma per favore non parliamo né di angry grrrls, né di righteous babes; perché gli uomini hanno il diritto di essere punk e incazzati e appena lo sono le donne si cerca un’etichetta per definire questo strano fenomeno, come fosse un’aberrazione della natura? Una donna non può essere punk? Ma avete presente The Slits? No eh? Ehm, ok. Insomma, una donna può essere punk, come può essere un capitano d’industria o un capo di governo spietato e guerrafondaio come Elisabetta I, Maggie Thatcher e Indira Gandhi. E se pensate che Hillary Clinton non bombarderebbe un paese del terzo mondo o che Marine Le Pen sospenderebbe il programma nucleare francese, avrei delle azioni Fonsai da vendervi.

Ma divago. Di nuovo.

Che suonino come Siouxie & the Banshees o no, adoro Silence Yourself. Sarà che ho bisogno di tornare a questi suoni crudi, vuoti, che picchiano. Poi mi sembrano oneste, e questo è un altro tasto su cui batto sempre. Che se fosse solo una questione di note, di estetica musicale, allora avrebbe ragione la mia amica M. che dice: “perché ascoltare il pop/rock se posso ascoltare Bach?” Risposta: perché il pop/rock non è una questione di complessità armonica, di estetica; il rock è un’urgenza, un imperativo categorico, un bisogno assoluto e non rimandabile di espressione. È una cosa viscerale che ti spinge in dentro lo stomaco e ti strizza le palle (quelle metaforiche che hanno anche le donne), una cosa che – per citare Morrissey – ti dice qualcosa della tua vita. Non è semplicemente segno dei tempi, espressione di una cultura (anche la musica da camera lo era): è un qui ed ora tuo, personale. Non è alternativo o in competizione con Bach. O Mozart. È proprio un’altra cosa, come un martello e battitappeti: si usano entrambi per picchiare, ma hanno funzioni completamente diverse e l’uno è un pessimo sostituto dell’altro. Il rock non sarà mai in grado di competere con la classica sul piano della complessità musicale; ma fa qualcosa che tutta la musica di Mozart non sa fare: può dare senso e direzione all’angoscia di dieci milioni di giovani in preda al panico. È questo che ha fatto Kurt Cobain, nient’altro. Non sono gli accordi di Smells Like Teen Spirit, è la scossa di corrente che è passata fra milioni di corpi che conta.

Uhm, forse sto divagando di nuovo. Volevo dire che le Savages hanno quell’onestà, anche percepita, che rende possibile quella connessione che il rock deve mettere in moto. Ci puoi credere. Altrimenti è rumore. Invece è vita. Ecco.

  • King Krule, Six Feet Beneath the Moon

Ne ho già scritto recentemente quindi vado veloce… un’altra voce che parla dalla pancia, ma con mezzi espressivi splendidi. Quest’album lo trovo favoloso da un punto di vista musicale: è talmente ricco di generi ed espressioni che ancora, dopo tanti mesi e tanti ascolti, non so definirlo. Jazz, hip hop, dubstep, rock, drum beat elettronici… molta improvvisazione dal vivo. Musicista vero. Multistrumentista; e adolescente. Poi, per non contraddirmi su tutto quanto ho scritto sopra, aggiungo che è anche un album pieno d’anima, di passione, di qualcosa che (se non fossimo nel paese del melodramma, in cui questo termine è più sputtanato di Dell’Utri) definirei sentimento. “When positivity is hard to find, you keep your head low and carry on, ‘cause when you’re going through hell… you just keep going”.

  • Janelle Monáe: The Electric Lady

L’R&B non è esattamente il mio genere preferito, ma ragazzi, questa ragazzetta è un genio. E poi c’è hip hop, funk, soul, l’abbecedario della black music. Un disco così coeso, svelto e sinuoso da ridefinire il genere, come quando sono arrivati i tennisti che picchiano le battute a mille chilometri all’ora e i violinisti tipo Edberg sono andati tutti in pensione da un giorno all’altro. Perfino il concept un po’ folle del fatto che lei sia in realtà (cioè nella vita vera, non solo nel disco!) un androide lo trovo vagamente simpatico. Non so se sia meglio o no rispetto ad Archandroid, il suo primo album che mi è criminalmente sfuggito. Ma è bellissimo. Se non avete interesse per la musica nera, per il ritmo ancestrale, per il linguaggio del corpo, per la terra che parla, se troncate l’essere umano in due, una parte alta e nobile e una bassa e volgare (retaggio inconscio della cultura religiosa, anche in chi è ateo: l’alto, il cuore, il cervello e gli occhi, guardano al cielo, a Dio e alla purezza; il basso, la pancia e i genitali guardano in giù, alla terra sozza e agli inferi, e sono sporchi, peccaminosi), allora state alla larga da questo disco. Altrimenti, ascoltate le vostre viscere che vi parlano.

Gli altri:

David Bowie, The Next Day: un miracolo, come altro definirlo? Il Duca Bianco torna dopo dieci anni dall’oltretomba virtuale con uno dei lavori più belli della fase post-anni ‘70. Però no, stavolta non è “il più bell’album da Scary Monsters. Quello è 1. Outside (che in realtà è meglio anche di Scary Monsters ma non ditelo forte che si incazzano).

Magik Markers, Surrender to the Fantasy: altro capolavoretto semipunk, altra band a cui credere come se loro fossero un televenditore lampadato e voi delle massaie che hanno proprio bisogno di quel set di pentole. Voglio vederli dal vivo ma ho anche un po’ paura.

My Bloody Valentine, M B V: onestamente, sto valutando se pensare che sia all’altezza dei loro album precedenti, quelli di venti e passa anni fa.

Kayne West, Yeezus: è un genio, musicalmente. Quel che sta facendo sta cambiando la natura dell’hip hop, è il Public Enemy degli anni 2000.

Altre menzioni:

Deerhunter, Monomania.

Queens of the Stone Age, …Like Clockwork

Nine Inch Nails, Hesitation Marks

Speedy Ortiz, Major Arcana

Juliana Hatfield, Wild Animals

Arctic Monkeys, AM

Prefab Sprout, The Devil Came a-Calling

Cass McCombs, Big Wheel and Others

… e tante altre perle che hanno reso migliori un bel tot di ore di questo vecchio 2013 e quindi migliorato la nostra vita; e di questo si deve essere grati.

EMMA DANTE: QUANDO IL TEATRO APRE LE PORTE AL ROMANZO

Via Castellana Bandiera

Romanzo d’esordio di questa regista e drammaturga di prim’ordine, da Via Castellana Bandiera Emma Dante ne ha tratto anche un film che io ad oggi non ho ancora visto. Tuttavia non sono d’accordo con chi afferma, come ho avuto modo di leggere, che l’Emma Dante teatrante e cineasta è ben altra cosa rispetto all’Emma Dante scrittrice. Pur avendola apprezzata assai nei panni del suo primo e ad oggi prioritario ruolo (soprattutto negli spettacoli che hanno visto la luce nella prima metà dello scorso decennio), devo dire che questo scritto è per vari aspetti sorprendente e molti dei tratti dell’artista da palcoscenico ritornano anche tra le pagine di questo libro.

In verità la sorpresa dovrebbe essere limitata dato che la maggior parte degli spettacoli che la Dante ha messo in scena sono stati concepiti e scritti da lei medesima. Ed infatti proprio gli ingredienti tipici di una narrazione teatrale sono stati qui usati e fluidamente rielaborati per partorire un romanzo. Un romanzo peraltro breve (come brevi sono state molte delle messe in scena della regista) da cui emergono in maniera chiara la capacità di descrivere con pochi tratti un’intera città (Palermo), proprio come avvenuto in M’Palermu ad esempio.

Spiazza anche  la facilità con cui il lettore digerisce come reale e tangibile una situazione di per sé surreale (come in Carnezzeria e La Scimia): un incredibile litigio sorto su chi deve passare per primo tra i passeggeri di due vetture che si incrociano in una via troppo stretta. Questo fatto, che fa da fulcro alla trama, è vissuto dal lettore quasi nel rispetto dei principi aristotelici di unità di luogo tempo e azione, come si conviene ad un buon testo teatrale. E teatrali sono i dialoghi ed i personaggi, abbastanza spogli di psicologia e molto orientati all’azione ed ai conflitti che emergono dalle relazioni.

Ne escono così delineati, quasi con naturalezza, vincoli e costrizioni di certa società, seppur non solo palermitana dato che anche la relazione amorosa tra una milanese e una sicula è comunque vissuta, da quel che si intende, nella città meneghina come complicata e limitante.

VITA MIA (foto di scena)

Ritornano infine temi già visti sulle tavole del palcoscenico, come quello della famiglia (e delle violenze al suo interno), della prostituzione, della discriminazione, della mafia. Meno riconoscibile invece quello religioso che è invasivo nella Dante drammaturga.

Da ultimo non si può non ricordare il linguaggio (dove l’italiano e il siciliano si alternano e si fondono), assolutamente prosaico, molto sanguigno, spesso brutale, che taglia la carne come già accaduto a teatro con Mishelle di Sant’Oliva o Vita Mia o Cani da Bancata (espressione che ritorna anche in Via Castellana).

In breve, un romanzo originale e personale, che si legge tutto d’un fiato e non delude.

LA SCHIUMA DEGLI ASTICI SUL BANCONE IN ATTESA DI MORIRE

 

Ci sono titoli e titoli. Alcuni sono semplici perché chi li ha inventati sapeva di avere in mano una materia talmente ricca e potente da non avere bisogno d’altro. Titoli con parole semplici, magari corte, e con dietro pura dinamite. “Guerra e pace”. “Il vecchio e il mare”. “Il circolo Pickwick”. “La signora Bovary”. “La strada”. “Natale in India” (nel suo genere!). Lo so, è una generalizzazione: ma giocate al gioco, un momento.

E poi ci sono titoli che devono, palesemente, vendere il libro, film o quant’altro. Spesso, il titolo è la cosa più interessante dell’opera. Sfogliata la copertina, visto il primo fotogramma, inizia la noia. Di solito il trucco è non usare parole forbite o insolite (che fanno pensare a vecchi tromboni accademici noiosi) ma accostamenti arditi, quando non palesemente insensati, di termini comuni. Mi limito a citare “La solitudine dei numeri primi”.

Il libro di cui voglio parlare si chiama “La schiuma dei giorni”, del fu Boris Vian. Potete immaginare da quale lato della staccionata casca?

Se ve lo state ancora chiedendo, ve lo dico io; dal lato di quelli che sembrano scrivere per farti vedere quanto sono bravi a scrivere. Li odio.

Ma non posso lanciare un’accusa simile senza portare prove di fronte a voi, giudici (io sono di parte, quindi prendo il ruolo dell’accusa). Le traduzioni sono mie, devo precisarlo, perché l’originale che possiedo è in francese. Ma prometto di non peggiorarlo apposta.

“La porta sbatté alle sue spalle con il rumore di una mano nuda su una chiappa nuda” (Vian usa il termine fesse, che non è natica né gluteo: è chiappa).

“Alise gli dette un colpo leggero sulla schiena che risuonò come un gong balinese”.

“All’interno, faceva caldo e c’era odore di zucchero alla cannella”.

“… il suo volume era limitato da una pelle fresca e dorata”.

“… i musicisti (…) soffiavano, per vendicarsi, nei loro strumenti; cosa che, da parte dei violinisti, produceva un rumore abominevole”.

Ora, ognuno ha il diritto alla propria opinione, cari membri della giuria. Io, personalmente, non sopporto la poesia spicciola, a buon mercato. La poesia è una cosa troppo seria per trattarla così male, come fa Vian. Questo per me è esibizionismo, è godimento sterile nello stupirci con effetti speciali straordinari. Sono fuochi d’artificio vuoti. Insomma, ho deciso di dirla tutta: questo è Baricco. La mia definizione di Baricco, che ho depositato all’ufficio brevetti, è: “il Nulla, ben confezionato”. Da oggi, vale anche per “La schiuma dei giorni”.

Ancora una cosa: il dialogo fra Colin e Gesù alla fine è degno delle peggiori puntate di “Don Camillo”, quello con il povero vecchio Terence Hill.

Detto questo… ecco, non mi è del tutto spiaciuto leggere questo libro. EHHHH??? Ma come, scherzi? No, non scherzo. Qualcosa, non so cosa, c’è. Forse è la visita dal medico, forse è il colloquio di lavoro, due momenti che ti fanno intravvedere cosa poteva essere. O forse è soltanto la qualità cartacea dell’edizione “Le livre de poche”, che ha una copertina lucida ma non scivolosa, pagine morbide ma consistenti, e il miglior odore di carta che si sia mai sentito.

SINFONIA ANGLO-BANGLADESHI

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Se Salman Rushdie fosse meno pomposo, avrebbe scritto questo libro. Se Hanif Kureishi avesse un briciolo di sense of humour, avrebbe scritto questo libro. Per nostra fortuna invece, entrambi hanno perso l’occasione e White Teeth (Denti bianchi) l’ha scritto Zadie Smith: così il mondo ci ha guadagnato una grande scrittrice in più. Grande, sì. E che arriva giusto in tempo per offrire l’atteso e necessario ricambio alla pluridecorata generazione dei vecchi romanzieri dell’emigrazione; anime tormentate, impigliate a metà del guardo fra la Grande India pre-Partizione (calderone di culture e religioni che includeva anche Pakistan e Bangladesh) e la fredda Gran Bretagna, dove più che approdare si sono spiaggiate.

Strano fenomeno, dal punto di vista letterario, questo fardello tutto inglese dell’aver giocato con le vite e i destini di un miliardo e mezzo abbondante tra le persone più povere del mondo – prima conquistandole con la forza, poi seducendole col fascino della Civiltà (come se loro non ne avessero già, e da millenni), indi sfruttandole senza scrupoli, infine abbandonandole alla miseria e ai loro reciproci scannamenti.

Finché è durata l’epoca coloniale, sono stati gli inglesi d’origine a scriverne – i Kipling e i Forster – affascinati dall’esotismo delle spezie e delle tigri. Una volta finita l’avventura, sono quelli d’adozione a farci i conti: i “nuovi inglesi” che hanno compiuto la traversata della colonizzazione inversa (di persona o attraverso il DNA familiare). Oggi, i primi, gli inglesi d’origine, assolvono al proprio imperativo morale – basato sul senso di colpa – semplicemente accettando un flusso migratorio continuo e dilagante; non si chieda loro di doverne anche parlare.

Ma come sempre divago. Dicevamo di Denti Bianchi.

L’arte della brava Zadie sta nella capacità di vivisezionare tali secolari tormenti con ironia e malizia, ma senza ridursi nella leggerezza e nella banalità; anzi, la sua compassione rende il romanzo ancora più lucido e capace di parlare a me, lettore. Per la vecchia ragione, snobbata e disprezzata, che l’accessibilità esalta, e non sminuisce, la qualità del contenuto – ma vallo a spiegare a quegli “artisti” che si vantano di aver cagato una roba indigeribile. Leggendo Zadie Smith quindi hai la sensazione di trovare (finalmente!) non un reduce sfiduciato che ti dice, fra le righe, “tanto non puoi capire”; ma una voce piena di empatia, che non è nemmeno quella dell’autrice, ma spesso e volentieri direttamente quella dei personaggi.

Ecco, i personaggi: sono l’aspetto più riuscito del libro. Sono veri, vivi, pieni di dimensioni, capaci di cambiare nel corso della storia in maniera credibile, ovvero senza snaturarsi. Si vede che questi personaggi Zadie Smith li aveva in testa ben chiari, li ha visti molto prima di scriverli. Sono talmente veri che t’invitano, pensa un po’, perfino all’identificazione (sacrilegio! ma come! l’identificazione? ma è per le lettrici svampite di Harmony!). Ebbene sì, empatia e identificazione non sono parolacce. Anche perché dall’idea dell’identificazione possiamo arrivare più logicamente a quella dell’identità, che è la vera protagonista del romanzo.

Cos’è l’identità? Io, di certo, non sono in grado di rispondere. Non ho ancora capito con chi devo identificarmi: con i miei connazionali? Con quelli del mio stesso sesso? Con i miei coetanei? Con quelli col mio colore di capelli? Con quelli che suonano lo strumento che suono io? Con quelli che hanno il mio stesso stato civile? Con quelli che hanno la stesse specie di animale domestico? Con quelli che hanno fatto il mio percorso di studi? Che condividono i miei orientamenti sessuali? Che hanno / non hanno figli? Che sono nati nella stessa provincia? Che amano gli stessi piatti? Che fanno le stesse vacanze? Che hanno fatto le stesse malattie? Che hanno la stessa macchina / non hanno la macchina? Stesso gruppo sanguigno? Stessa squadra del cuore? Stesso lavoro? Che hanno (o meno) un fratello / sorella? Quali di queste cose sono importanti, a quale di questi gruppi dovrei sentire di appartenere? Ecco, io penso di appartenere al gruppo che condivide tutte queste caratteristiche con me, più le altre centosettantaquattro che non ho citato ma che sono altrettanto fondamentali. A quel gruppo, non c’è dubbio, appartengo davvero. Il problema è che sono anche l’unico.

E quindi, io, di identità non capisco niente. Eppure sono stato portato, quasi obbligato, a identificarmi con Samad (torniamo a Zadie Smith), l’immigrato bangladeshi che sulla questione identitaria si strugge dall’inizio alla fine. O con sua moglie Alsi: sì, con una donna e per giunta bangladeshi. E quando questo succede, vuol dire due cose: che i personaggi ci sono e che l’autrice sa scrivere. Ecco il secondo punto di forza del libro: Zadie Smith scrive veramente bene. Né troppo piatto né troppo fiorito, è uno stile ricco ma scorrevole; le piace scrivere, si vede, ma non si compiace (non troppo, insomma).  Ogni tanto si lascia tentare dalla didascalia, ma nel complesso non è qualcosa che pesi troppo. Piuttosto, mi permetto un consiglio veramente snob: se possibile, leggete il libro nella versione originale in inglese. La lingua è talmente importante, in questo microcosmo dickensiano, che con la traduzione si perde metà del godimento: i modi di dire di Archie sono lo specchio della sua personalità, l’accento giamaicano della nonna Orthense non è quello della nipote Irie; e quando Samad e Alsi litigano pare di sentire la cadenza nella loro voce.

Cosa convince meno? Semplice: si ha l’idea che Zadie Smith si sia messa a scrivere il romanzo senza sapere come sarebbe andato a finire. E la trama, che per un po’ regge il livello (molto alto) del resto, ovvero dello stile e dei personaggi, a un certo punto balbetta, si affloscia. Come se l’autrice si fosse detta “intanto inizio, poi mi verrà un’idea geniale”, ma l’idea che è arrivata era solo carina (non dico niente di più specifico perché ovviamente non voglio rivelare nulla). Ma non vorrei avervi dissuasi dal leggere Zadie Smith: non è che il libro non abbia trama; diciamo che se la Smith aveva “visto” con piena chiarezza luoghi, atmosfere, persone e pensieri, non ha visto altrettanto chiaramente un intreccio.

Denti Bianchi resta un romanzo con nerbo e sostanza, mosso dall’urgenza delle Idee. Non si rifugia nella quotidianità, non disdegna le prospettive ampie, i grandi temi e il confronto con la Storia, anzi, li va a cercare, li provoca, li sfida con uno schiaffo in pieno volto. È un romanzo, perfino, epico. Una delle cose migliori che abbia letto da tanto tempo a questa parte.

FORMIDABILI QUEGLI ANNI / 1

London loves...

London loves…

…ovvero, gli album che fecero la storia del Britpop – prima puntata.

Così, senza preamboli né scuse, in ordine sparso.

  1. Blur: Modern Life Is Rubbish e Parklife.

 Modern Life Is Rubbish è il miglior album dei Blur, nonché il più in sintonia con ciò che il Britpop è stato e ha rappresentato per una generazione. Anzi: se mai un album può incarnare un genere musicale, Modern Life Is Rubbish è il Britpop – nelle musiche, nei testi e nel mood generale – anche se non ne è (per varie ragioni) diventato l’icona ufficiale, ruolo che si addice più alla grandeur di Parklife (o, cambiando volti e voci, al manifesto cultural-generazionale di Different Class). Insomma, se Parklife sta al Britopop come London Calling al punk, Modern Life Is Rubbish, per mantenere l’analogia fra i due generi, è The Clash.

Il contesto di riferimento è il Regno Unito (soprattutto Inghilterra) tra la fine del Thatcherismo – ecco: sfangato il riferimento all’attualità – e l’avvento del New Labour; un paese in crisi d’indentità, che ha voglia e fretta di andare oltre ma non sa bene come. I Blur sono appena tornati da un’infausta e prematura tournée americana, disgustati dagli eccessi made in USA e intrisi di nostalgia per i bei tempi della tazza di tè e del cardigan un po’ sciupato, in piena sintonia insomma con il bisogno di una nazione di riaffermare la propria anima. Se mai dovessimo scegliere un solo testo pop perché esprima ciò che furono quegli anni tra la Manica e le Shetland, potremmo prenderne uno a caso da Modern Life Is Rubbish, con poca probabilità di sbagliare. Se poi la scelta cadesse su For Tomorrow, Starshaped, Villa Rosie o Blue Jeans, potremmo accontentare perfino Noel Gallagher (anche se lui non lo ammetterebbe). Le citazioni londinesi spuntano ovunque, come è logico che sia per una band legata alla città sul Tamigi quanto lo fu Arthur Conan Doyle: la Westway (una vera ossessione per Damon Albarn!), Portobello Road, Primrose Hill e tanti altri, espressamente citati o lasciati intendere.

Ogni canzone è un personaggio, il protagonista di un racconto, un essere scontento, insoddisfatto o a disagio che si aggira in qualche angolo di quella Londra proto-Blairiana. Il perfettino Colin Zeal che in realtà, grida Damon a pieni polmoni, “è malato”; l’anonimo e alienato narratore che rischia di fare una strage in metropolitana, se non trova una vacanza “da qualche parte al sole”; il vecchio ex militare che la domenica passeggia al parco; la giovane coppia aggrappata con le unghie e coi denti a una vita un po’ grigia, piena di amore e di paura, che prende freddo nella brezza invernale; Julian, che sente la pressione insostenibile di una vita già scritta per lui; il giovane vagamente depresso che lava il colletto della camicia con il sapone speciale per non doverla portare in lavanderia; e così via. A Raymond Carver non sarebbe spiaciuto di averli immaginati lui. Il tutto, più che mai, vale più della somma delle parti: una volta animati dalla musica, legati da un filo narrativo comune, questi personaggi coi loro microcosmi danno vita a un senso più ampio, dipingono un mondo coerente e credibile, soprattutto pertinente, rilevante.

Musicalmente, dopo Leisure i Blur si rendono conto – grazie a Dio – che possono aspirare a molto più di un posto sulla mensola accanto agli shoegazer che affollano le rotazioni di MTV. E quindi tanti saluti all’ipnosi un po’ baggy, ben venga una produzione in cui less is more (ma davvero molto, molto di più). A rendere questo album diverso da tutto ciò che si ascolta contribuisce non poco la personalità di Graham Coxon, la cui chitarra è giustamente in prima linea. Ma la vera rivelazione è un talento armonico tutto particolare che la band dimostra a livello di songwriting: l’accostamento degli accordi è unico, sembra pensato con la tecnica del cut-up alla Burroughs, permette sfrontati e geniali salti di tonalità con cui Damon Albarn gioca senza paura, avendo così anche una scusa per non preoccuparsi della melodiosità che la sua voce non possiede.

Parklife prosegue sugli stessi temi, ma cambia tono e colori: lo possiamo dire, insieme agli inglesi, anthemic; insomma suona come un inno. Sfrutta il trampolino di lancio di Modern Life…, arriva al momento giusto: è in tutto e per tutto figlio del suo tempo, anzi, dello zeitgeist, come dicono i recensori very cool. Musicalmente più articolato, più vario, ma anche più pesante e overprodotto del predecessore, liricamente è meno fresco e spontaneo, più pensato e “voluto”: in breve, è un filo sotto il precedente, ma destinato a maggior successo. Anche perché Parklife è una corazzata con due siluri di millimetrica precisione; Girls and Boys, l’opzione nucleare per radio e classifiche, e Parklife, che sta ai 20-25enni inglesi del ’94 come la haka agli All Blacks neozelandesi: da gridare in trance agonistica per ricordarsi chi si è e da dove si viene. Anche se a cantarla è un trader della City, e non un disoccupato povero in canna che si sveglia quando gli pare (tranne il mercoledì, quando lo svegliano bruscamente gli spazzini facendo casino).

C’è un detto della working class inglese che fa più o meno così: “Lascia perdere vino e cavalli, stai con la birra e i cani”. Ovvero, bere vino e andare alle corse dei cavalli è roba posh, roba da riccastri che hanno perso la loro identità e che pensano che si viva meglio in Francia o nel sud Europa, gente responsabile per aver introdotto stranezze come parmigiano, rucola e cappuccino in una nazione orgogliosa di avere da sempre una cucina locale composta da tre piatti, tutti fritti. La birra e le corse dei cani invece sono quel che ci definisce, noi che siamo fieri di saper cucinare solo i baked beans della Heinz e che preferiamo ancora fare i sandwich con il pancarré piuottosto della ciabatta fresca del fornaio, noi dell’Old England (anche se una volta andavamo a villeggiare nella lugubre Blackpool e oggi con RyanAir facciamo la settimana di Pasqua a Marbella o il weekend in Polonia dove l’alcol costa poco). Manco a dirlo, la copertina di Parklife sfoggia una splendida immagine delle corse dei cani e sulla foto del retro-cd i quattro Blur, rigorosamente sciatti e quotidiani nel vestire, appaiono annoiati sulle tribune, con tanto di biglietti delle scommesse in mano. In linea con l’album, l’immagine è bella e accattivante, ma un filo didascalica.

Buffo pensare che quella sciatteria così esibita abbia finito per esprimere i germi della rinascita del paese, anche se per la solita ironia del destino, la Cool Britannia blairiana, di cui i Blur hanno scritto la colonna sonora, ha finito per partorire qualcosa di completamente diverso e ha strangolato definitivamente l’Old England, come nemmeno the Bitch (l’altro soprannome, meno mediatizzabile, della Lady di Ferro) aveva saputo fare.

HAROLD & FRAUD

Harold Brodkey – Storie in modo quasi classico (2 voll.)

 

Harold Brodkey

Harold Brodkey

Al mondo esistono tre tipi di lettori.

Tipo A:sono tutto un istinto.”

Sono quelli che quando approcciano un libro bello, lo

divorano. Lo Iniziano per puro caso, promettendosi di leggerne poche righe prima di addormentarsi e quando lo posano, hanno terminato 512 pagine e sono le 7 del mattino. In ufficio avranno qualcosa da raccontare.

Sono gli stessi che quando scovano un libro brutto, lo abbandonano dopo poche pagine. Se l’hanno comprato, non si piegano ripensando al prezzo pagato; se è un dono, non si scompongono al pensiero di ferire la dolce metà, la mamma morente, il proprio idolo. Schifati prendono il libro e lo allontanano dalla propria vista.

Pochi lo terranno in libreria per fare numero, per fare scena; così, tanto per fare.

Alcuni lo regaleranno alla propria nemesi, con tanto di dedica ironica (“Spero ti piaccia quanto è piaciuto a me”). L’ironia verrà colta sempre troppo tardi, indipendentemente dalla tipologia di lettore a cui appartiene la Nemesi.

Altri – tra cui la nemesi succitata – lo rivenderanno nei negozi dell’usato e quei 75 centesimi sembreranno una piccola conquista. L’odissea del libro brutto, non finisce lì, ovviamente. Verrà comprato da qualcuno che leggendo la dedica (“Spero ti piaccia quanto è piaciuto a me”) potrà immaginare storie d’amore finite male, gente triste costretta a dare via i propri affetti, libri recuperati in forzieri polverosi.

Le persone così ricche di fantasia, appartengono al secondo tipo di lettori.

Tipo B:le cose le faccio col cuore, io.”

Sono quelli che quando trovano un libro bello, ci tengono a farlo sapere. Scrivono citazioni sui Social Network, sul diario, sulle maglie e le lenzuola. L’impressione è che del libro abbiano letto solo delle citazioni. O meglio, il libro era pattume, ma sono riusciti a trovare quei due/tre concetti interessanti con cui rivalutare l’intera opera.

Anche di fronte ad una collezione di obbrobri, non ammetteranno mai la resa. Una sera berranno troppo e allora l’affermazione più forte che si potrà estorcere è che “sì, in effetti, non è tra le cose migliori lette recentemente, però quel passaggio valeva tutta la fatica.”.

Il peggiore tra tutti, però, è il lettore del terzo tipo.

Tipo C:evidentemente, non l’hai capito.”

Questo tipo di lettore all’apparenza dimostra di non subire alcuna influenza esterna. Ha gusti che viaggiano dritti come frecce. Nessun parere che non sia il proprio condiziona le visite in libreria. All’apparenza.

In verità si tratta di persona ripiegata su se stessa. I libri (scritti solo da autori che per motivi indecifrabili lui ritiene “degni”) li compra solo dopo averne letto una bellissima recensione su una webzine canadese che conosce solo lui, scritta da persone come lui, abitanti di un pianeta che, pare ormai evidente, non è quello attuale. Il mondo lo odia, ad eccezione del proprio analista.

Se il libro è bello, lui lo sapeva già. Altrimenti non l’avrebbe comprato.

Se il libro è brutto, è ovviamente tutto da rivedere in un’ottica che forse oggi non si può comprendere appieno. Il tempo e la ragione e la saggezza dimostreranno che se l’ha comprato, si tratta di libro bello. Fine della storia.

Io – che sto leggendo Storie in modo quasi classico di Harold Brodkey (Oscar Mondadori, 2000) – appartengo al tipo B, neanche a dirlo. Solo Proust è riuscito ad annoiarmi allo stesso modo.

Proust trova lettori solo del tipo B e C. Il tipo B cita l’episodio della madeleine per rivalutare 7 volumi di noia, il tipo C pensa che B sia una testa di cazzo, ma non ha mai provato a inzuppare una madeleine per via dei carboidrati.

A quanto pare, anche in questa relativamente breve avventura letteraria (2 volumi, più di 700 pagine) sono circondato da tipi C che pensano di me solo il peggio.

Che ci posso fare? Brodkey mi sfinisce, mi svuota, ruba intere porzioni del mio tempo per raccontare qualcosa che non mi interessa, che mi annoia mortalmente, che non sollecita in me alcuna spinta emozionale. Mi pare di vederli i personaggi dei suoi racconti. Non costa fatica, sono tutti uguali. Snob sensibilissimi, pronti a vivisezionare situazioni, parole e pensieri. Mai un moto di pancia, mai sangue o sudore a sporcare la pagina. Qui è bandita l’umana irrazionalità che rende davvero vivi i personaggi. Al contrario, è benvenuto il fantasma della psicanalisi spinta, il continuo rimuginare sul singolo sguardo. Anche un gesto à deux come il cunnilingus (nel “premiato” racconto Intimità) diventa un altare onanistico, un profluvio di parole a sostituire l’orgasmo. Estenuante, quasi quanto un vero cunnilingus.

Cosa mi impedisce, dunque, di diventare un lettore di tipo A? Brodkey scrive maledettamente bene, lo ammetto, ma c’è di più: l’avere speso dei soldi per questo libro, proprio non mi va giù.